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Golden State Killer: il caso Joseph DeAngelo tra criminologia e DNA

Golden State Killer: il caso Joseph DeAngelo tra criminologia e DNA

Golden State Killer - il caso Joseph DeAngelo tra criminologia e DNA
  • Redazione UniD
  • 8 Novembre 2026
  • Criminologia
  • 17 minuti

Perché il Golden State Killer è un caso scuola per la criminologia investigativa

Il caso del Golden State Killer rappresenta uno degli esempi più significativi per comprendere come criminologia investigativa, scienze forensi e innovazione tecnologica possano convergere nella ricostruzione di una lunga serie di reati.
Con questo nome è stato identificato Joseph James DeAngelo Jr., responsabile di numerosi crimini commessi in California tra gli anni Settanta e Ottanta e precedentemente ricondotti, in periodi e territori differenti, a denominazioni investigative come Visalia Ransacker, East Area Rapist e Original Night Stalker.

Il valore criminologico del caso non dipende soltanto dal numero o dalla gravità dei fatti. La vicenda consente di studiare il collegamento tra episodi differenti, l’evoluzione del modus operandi, il significato delle ricorrenze comportamentali, la vittimologia, la geografia criminale, la conservazione delle tracce e il rapporto tra ipotesi investigative e prove scientifiche.

Il caso è inoltre diventato uno dei più noti esempi di utilizzo della genealogia genetica investigativa in un cold case.
Nel 2018, l’integrazione tra materiale biologico conservato per decenni, analisi genetica e attività investigativa tradizionale contribuì a orientare gli investigatori verso DeAngelo.
Studiare il Golden State Killer significa quindi andare oltre la cronaca. Significa comprendere come si costruisce un’ipotesi investigativa, come si confrontano comportamenti differenti e soprattutto dove deve fermarsi l’interpretazione criminologica quando le prove non consentono conclusioni certe.

Indice
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Chi era il Golden State Killer?

Il nome Golden State Killer è stato utilizzato per indicare l’autore di una lunga serie di reati commessi in differenti aree della California.
L’identificazione di Joseph James DeAngelo Jr. ha permesso di ricondurre allo stesso individuo episodi che per molti anni erano stati investigati separatamente.

Nel procedimento conclusosi nel 2020, DeAngelo si è dichiarato colpevole di 13 omicidi di primo grado e 13 sequestri a scopo di rapina.
Ha inoltre ammesso numerosi altri reati che non erano stati formalmente contestati nel procedimento. Tra le condotte ricostruite nel corso delle indagini figurano intrusioni nelle abitazioni, aggressioni sessuali, rapine, sequestri, minacce e omicidi, distribuiti in diverse contee della California.

Un primo insegnamento metodologico emerge immediatamente: non tutti gli episodi erano identici.
Il collegamento investigativo non derivava da un’unica condotta invariabile, ma dal confronto tra elementi comportamentali, temporali, geografici e, successivamente, genetici.

Da più denominazioni investigative a un unico autore

Uno degli aspetti più interessanti del caso è la progressiva connessione tra serie criminali inizialmente considerate differenti.
Il Visalia Ransacker era associato soprattutto a intrusioni e furti nell’area di Visalia. L’East Area Rapist veniva collegato a numerose aggressioni sessuali inizialmente concentrate nell’area di Sacramento. L’Original Night Stalker era invece associato a una successiva serie di aggressioni e omicidi nella California meridionale.

La possibilità che dietro queste sequenze vi fosse lo stesso individuo non poteva essere dimostrata semplicemente rilevando alcune somiglianze.
Il caso introduce quindi un concetto importante della criminologia investigativa: il criminal linking, cioè l’analisi finalizzata a stabilire se reati differenti possano essere attribuiti allo stesso autore.

Per farlo occorre confrontare modalità operative, comportamenti ricorrenti, caratteristiche delle scene, distribuzione geografica, cronologia e prove materiali.
Due episodi simili non sono necessariamente opera della stessa persona. Allo stesso tempo, uno stesso autore può modificare nel tempo parti significative del proprio comportamento.

Le vittime del Golden State Killer: una timeline dei casi di omicidio

Studiare il caso del Golden State Killer significa anche evitare che la figura dell’autore oscuri le persone coinvolte.
Nel procedimento del 2020 Joseph James DeAngelo Jr. ha ammesso la responsabilità per 13 omicidi commessi tra il 1975 e il 1986 in diverse contee della California.

La successione cronologica mostra anche come i fatti attribuiti allo stesso autore si siano spostati nel territorio e siano cambiati nel tempo.
Le descrizioni seguenti riportano soltanto gli elementi essenziali utili alla ricostruzione criminologica.

11 settembre 1975 – Claude Snelling, 45 anni – Visalia

Claude Snelling venne ucciso a Visalia, nella contea di Tulare. Secondo la ricostruzione giudiziaria, intervenne durante un tentativo di rapimento della figlia dalla loro abitazione e fu colpito mortalmente con un’arma da fuoco.

Il caso è particolarmente importante perché appartiene alla fase inizialmente associata al cosiddetto Visalia Ransacker e rappresenta uno dei primi episodi poi ricondotti a DeAngelo.

2 febbraio 1978 – Katie Maggiore, 20 anni, e Brian Maggiore, 21 anni – Rancho Cordova

Katie e Brian Maggiore furono uccisi mentre si trovavano nel loro quartiere a Rancho Cordova, nella contea di Sacramento.

La coppia stava portando a passeggio il cane quando venne aggredita e colpita con un’arma da fuoco. L’episodio si colloca temporalmente nella fase in cui numerose aggressioni nell’area erano attribuite all’East Area Rapist.

30 dicembre 1979 – Debra Alexandria Manning, 35 anni, e Robert Offerman, 44 anni – Goleta

Debra Manning e Robert Offerman furono uccisi nella loro abitazione a Goleta, nella contea di Santa Barbara.

Gli atti dell’accusa descrivono legature, violenza sessuale nei confronti di Manning e l’utilizzo di un’arma da fuoco. La scena assume particolare rilevanza nella ricostruzione della fase successivamente associata all’Original Night Stalker.

13 marzo 1980 circa – Charlene Smith, 33 anni, e Lyman Smith, 43 anni – Ventura

Charlene e Lyman Smith furono trovati nella loro abitazione a Ventura.

Le ricostruzioni giudiziarie riportano violenza sessuale nei confronti di Charlene Smith e l’uccisione di entrambi mediante un oggetto contundente. Materiale biologico recuperato in relazione a questo caso ebbe successivamente un’importanza fondamentale nelle indagini genetiche che portarono all’identificazione di DeAngelo.

21 agosto 1980 – Keith Harrington, 24 anni, e Patrice Harrington, 27 anni – Dana Point

Keith e Patrice Harrington furono uccisi nella loro abitazione a Dana Point, nella contea di Orange.

Gli atti giudiziari descrivono l’immobilizzazione di Patrice, violenza sessuale e l’uccisione della coppia mediante un oggetto contundente. Anche in questo episodio furono recuperate tracce biologiche rilevanti per le successive comparazioni forensi.

6 febbraio 1981 – Manuela Witthuhn, 28 anni – Irvine

Manuela Witthuhn si trovava nella propria abitazione a Irvine mentre il marito era ricoverato in ospedale.

Secondo gli atti dell’accusa venne immobilizzata e uccisa mediante un oggetto contundente. Furono inoltre segnalati furti di oggetti dall’abitazione e la presenza di materiale biologico collegato all’autore.

27 luglio 1981 – Cheri Domingo, 35 anni, e Gregory Sanchez, 27 anni – Goleta

Cheri Domingo e Gregory Sanchez furono uccisi a Goleta.

La ricostruzione giudiziaria riferisce che Sanchez tentò di reagire all’aggressione e venne ferito con un’arma da fuoco; entrambi furono successivamente uccisi mediante colpi inferti con un oggetto contundente. Anche questa scena fornì materiale biologico utile alle analisi investigative.

5 maggio 1986 – Janelle Cruz, 18 anni – Irvine

Janelle Cruz è l’ultima vittima di omicidio riconosciuta nella serie ammessa da DeAngelo.

Si trovava nella propria abitazione a Irvine mentre la famiglia era fuori città. Secondo gli atti giudiziari venne immobilizzata, sottoposta a violenza sessuale e uccisa mediante un oggetto contundente. Sul luogo furono recuperate tracce biologiche successivamente collegate alla serie.

Una timeline che mostra anche l’evoluzione dell’indagine

Osservare questi episodi in sequenza permette di cogliere almeno tre elementi importanti.
Il primo è la dispersione geografica: i casi interessano contee differenti e spiegano in parte perché le indagini siano rimaste a lungo frammentate. Il secondo è la variabilità del modus operandi: armi, modalità di aggressione e circostanze non sono identiche in ogni episodio.

Il terzo è il ruolo progressivamente assunto dalle tracce biologiche.
Materiali raccolti in alcune di queste scene, conservati per anni, hanno acquisito un significato nuovo con l’evoluzione della genetica forense e della genealogia genetica investigativa.

La timeline non deve quindi essere letta come una semplice sequenza di omicidi, ma come la storia di come episodi distanti nel tempo e nello spazio siano stati progressivamente collegati attraverso comportamento, investigazione e prova scientifica.

Modus operandi e firma criminale: perché non sono la stessa cosa

Il caso Golden State Killer è particolarmente utile per distinguere modus operandi e firma comportamentale.

Il modus operandi comprende le condotte funzionali alla commissione del reato: modalità di accesso, strumenti utilizzati, controllo delle persone presenti, scelta delle vie di fuga e tecniche eventualmente adottate per ridurre il rischio di identificazione.
La cosiddetta signature, o firma comportamentale, viene invece utilizzata per descrivere condotte che potrebbero avere una funzione diversa rispetto alla semplice necessità pratica di commettere il reato.

La distinzione richiede però prudenza. Un comportamento apparentemente rituale può avere anche una funzione operativa e non è corretto attribuirgli automaticamente un significato psicologico.
Per questo la criminologia investigativa deve partire da ciò che è osservabile e documentabile, distinguendo sempre tra comportamento, interpretazione e prova.

Prima dell’attacco: osservare, preparare, ridurre l’imprevisto

Uno degli elementi più significativi emersi dalle ricostruzioni investigative riguarda ciò che poteva accadere prima dell’aggressione.
In diversi episodi furono rilevati comportamenti compatibili con attività di osservazione delle abitazioni e dei quartieri, intrusioni precedenti e una conoscenza dell’ambiente che poteva facilitare l’accesso e la fuga.

Le ricostruzioni dell’FBI hanno descritto un autore capace, in alcuni casi, di aggirarsi nelle aree interessate anche per periodi precedenti agli attacchi, studiando abitazioni, percorsi e possibili vie di accesso.
Dal punto di vista criminologico questo permette di comprendere un principio importante: il comportamento criminale non coincide necessariamente con il momento dell’aggressione.

Una parte dell’attività può consistere nella preparazione.
Studiare il luogo, comprendere quando le persone sono presenti, individuare accessi e possibili vie di fuga significa ridurre gli elementi imprevedibili.
Non possiamo stabilire con certezza quali pensieri accompagnassero queste azioni. Possiamo però osservare che esse producevano un vantaggio operativo: aumentavano la conoscenza dell’ambiente e la capacità dell’autore di controllare la situazione.

Le intrusioni domestiche come elemento ricorrente

L’accesso alle abitazioni è uno degli elementi ricorrenti in numerosi episodi attribuiti al Golden State Killer. La casa assume un significato particolare dal punto di vista criminologico perché rappresenta normalmente uno spazio privato e percepito come sicuro.
Entrare in quello spazio modifica radicalmente il rapporto tra autore, vittima e ambiente.

Dal punto di vista investigativo, l’abitazione offre inoltre numerosi elementi da confrontare:

  • modalità di accesso;
  • porte o finestre utilizzate;
  • eventuali segni di preparazione;
  • oggetti spostati o utilizzati;
  • percorsi interni;
  • modalità di uscita;
  • tracce biologiche o materiali.

Per comprendere come questi elementi vengano interpretati nel lavoro investigativo è utile approfondire l’analisi della scena del crimine.

Il controllo delle vittime

Una volta all’interno dell’abitazione, diversi episodi mostrano una particolare attenzione al controllo delle persone presenti.
Le vittime venivano spesso immobilizzate con corde, lacci o altri materiali. Nei casi che coinvolgevano coppie furono utilizzate anche modalità finalizzate a rendere estremamente rischioso qualsiasi tentativo di reazione.

Questi comportamenti possono essere analizzati senza ricorrere a diagnosi psicologiche. Sul piano operativo permettevano di limitare la capacità delle vittime di intervenire, aumentavano il margine di movimento dell’autore e contribuivano a mantenere il controllo dell’ambiente.

In alcuni casi l’incertezza continuava anche dopo l’allontanamento dell’aggressore: le persone presenti potevano non sapere se fosse realmente uscito dall’abitazione o se si trovasse ancora nelle vicinanze.
La criminologia può quindi osservare un fenomeno preciso: il controllo non riguarda esclusivamente il movimento fisico della vittima, ma può comprendere anche la sua capacità di comprendere quando la minaccia sia realmente terminata.

La paura poteva continuare anche dopo il reato

Un elemento particolarmente significativo è che il rapporto con alcune vittime non terminava necessariamente con l’uscita dall’abitazione. Sono state documentate comunicazioni telefoniche attribuite all’autore, comprese minacce rivolte a persone precedentemente aggredite.
Da un punto di vista criminologico, questi episodi mostrano perché l’analisi non debba fermarsi alla scena materiale del reato. Un contatto successivo può riattivare la percezione del pericolo e prolungare gli effetti dell’aggressione.

Il punto non è stabilire con certezza quale soddisfazione o motivazione DeAngelo potesse ricavare da tali comportamenti. Il dato osservabile è che alcune condotte avevano l’effetto di prolungare l’incertezza e la percezione della minaccia.

La vittimologia nel caso Golden State Killer

Un’analisi criminologica non può concentrarsi esclusivamente sull’autore.
La vittimologia permette di ricostruire il contesto all’interno del quale i differenti episodi si sono verificati.

Studiare le vittime significa analizzare, quando i dati disponibili lo consentono:

  • luoghi e condizioni del contatto;
  • caratteristiche dell’abitazione;
  • routine potenzialmente osservabili;
  • presenza di una o più persone;
  • modalità attraverso cui l’autore poteva aver individuato il luogo;
  • eventuali attività preparatorie precedenti all’aggressione.

La vittimologia non serve ad attribuire responsabilità alle persone vittimizzate. Serve invece a comprendere quali circostanze, informazioni e opportunità possano avere contribuito alla scelta di determinati luoghi o situazioni.

Un autore capace di adattarsi

Uno degli errori più frequenti nello studio della criminalità seriale consiste nell’immaginare che un autore ripeta sempre lo stesso copione. Il caso Golden State Killer mostra invece variazioni nelle modalità operative, nei contesti e negli esiti dei reati.
Questa evoluzione non permette automaticamente di parlare di una specifica “escalation psicologica”. Permette però di osservare una capacità di adattamento comportamentale.

Il modus operandi può cambiare perché cambiano esperienza, circostanze, percezione del rischio, caratteristiche dell’ambiente e risposta delle vittime.
Per gli investigatori questo rappresenta un problema importante: cercare una perfetta sovrapposizione tra tutti i casi può portare a non riconoscere lo stesso autore quando modifica una parte delle proprie modalità.

Il caso insegna quindi che serialità non significa identicità.

La conoscenza delle procedure di polizia: quanto possiamo inferire?

Joseph DeAngelo aveva lavorato nelle forze dell’ordine. Fu agente presso l’Exeter Police Department e successivamente presso l’Auburn Police Department.
Questo dato solleva inevitabilmente una domanda: la conoscenza delle procedure investigative può averlo aiutato a evitare l’identificazione?

La risposta deve rimanere prudente. Non disponiamo di elementi sufficienti per attribuire automaticamente ogni comportamento evasivo alla sua precedente esperienza professionale.
Tuttavia, le ricostruzioni descrivono attenzione agli accessi, alle vie di fuga, ai movimenti nei quartieri e alla possibilità di muoversi attraverso aree meno esposte.

La sua esperienza nelle forze dell’ordine costituisce quindi un elemento contestuale rilevante, ma non deve trasformarsi in una spiegazione unica della durata delle indagini.

La geografia criminale e la frammentazione delle indagini

I reati attribuiti al Golden State Killer interessarono differenti aree della California e numerose giurisdizioni investigative. Questo aspetto è fondamentale per comprendere perché una serie criminale possa rimanere frammentata per anni.

Quando episodi simili avvengono in territori differenti, le informazioni possono essere distribuite tra diversi uffici, archivi e investigatori. Prima dell’attuale disponibilità di banche dati integrate, strumenti informatici e tecnologie genetiche, collegare rapidamente reati avvenuti in contee differenti era molto più difficile.

Il caso mostra quindi anche l’importanza della condivisione interistituzionale delle informazioni.

Perché il Golden State Killer è diventato un cold case?

I reati rimasero irrisolti per decenni e il caso rappresenta quindi un esempio particolarmente importante di cold case. Un’indagine irrisolta non è necessariamente un’indagine priva di prove.

Possono essere disponibili tracce, testimonianze, reperti e ricostruzioni che, con le tecnologie disponibili in un determinato momento storico, non consentono ancora di identificare un responsabile.
Nel caso Golden State Killer, le tracce biologiche conservate assunsero un valore nuovo quando l’evoluzione delle tecniche genetiche rese possibili confronti che non erano disponibili al momento dei reati.

È uno dei principi fondamentali nello studio dei cold case: la prova può rimanere la stessa mentre cambia la nostra capacità di analizzarla.

Il DNA: collegare i casi non significa ancora identificare l’autore

Il DNA ebbe un ruolo centrale nella progressiva ricostruzione della serie.
L’analisi genetica aveva consentito di collegare alcuni episodi precedentemente attribuiti all’East Area Rapist e all’Original Night Stalker.

Rimaneva però un problema fondamentale: possedere un profilo genetico sconosciuto non significa conoscere automaticamente il nome della persona a cui appartiene.
Un profilo biologico può collegare due scene, escludere alcuni soggetti o essere confrontato con persone conosciute, ma se non esiste una corrispondenza utile occorre trovare un’altra strada investigativa.

Per approfondire questi aspetti puoi consultare l’articolo sulla genetica forense e l’impiego del DNA nelle indagini criminali.

Il caso mostra inoltre quanto sia importante la corretta conservazione delle tracce biologiche. Materiali raccolti decenni prima possono diventare nuovamente utilizzabili grazie a metodologie sviluppate successivamente. Questo principio è centrale anche nella biologia forense e nell’analisi delle tracce biologiche.

Come la genealogia genetica investigativa portò a Joseph DeAngelo

La svolta arrivò nel 2018 attraverso l’Investigative Genetic Genealogy, cioè la genealogia genetica investigativa. Questa metodologia non consiste semplicemente nel confrontare il DNA della scena del crimine con quello di un sospettato già conosciuto.
Il principio è utilizzare somiglianze genetiche con persone biologicamente imparentate per ricostruire possibili linee familiari e restringere progressivamente l’insieme dei candidati.

Nel caso Golden State Killer, l’analisi genealogica permise agli investigatori di individuare possibili collegamenti familiari e di costruire una pista che portò progressivamente all’attenzione su DeAngelo. La genealogia non rappresentava però la conclusione dell’indagine.
Una volta individuato un candidato compatibile con età, luoghi e altri elementi investigativi, era necessario ottenere un riscontro indipendente.

Gli investigatori recuperarono materiale biologico scartato da DeAngelo e confrontarono il DNA ricavato con i profili associati ai crimini. DeAngelo venne arrestato il 24 aprile 2018 a Citrus Heights, in California.

Genealogia genetica e prova: perché non sono la stessa cosa

Questo passaggio costituisce una delle lezioni metodologiche più importanti del caso. Una corrispondenza genealogica non dimostra automaticamente che una persona abbia commesso un reato.

La genealogia genetica investigativa funziona principalmente come strumento per generare e restringere una pista. Il risultato deve essere verificato attraverso altri elementi. È quindi utile distinguere:

  • informazione investigativa, che orienta la ricerca;
  • riscontro, che verifica o smentisce l’ipotesi;
  • prova, valutata all’interno del procedimento secondo le regole applicabili.

Un confronto storico particolarmente utile è quello con il caso di Colin Pitchfork, il primo caso risolto attraverso l’impronta genetica.

Da Colin Pitchfork al Golden State Killer: come cambia la genetica forense

Il caso Pitchfork e quello Golden State Killer rappresentano due momenti differenti nell’evoluzione dell’uso investigativo del DNA.

Nel caso Pitchfork, l’impronta genetica consentì inizialmente di escludere un sospettato e successivamente di individuare il responsabile attraverso una vasta campagna di raccolta di campioni.
Nel caso DeAngelo, decenni dopo, la genealogia genetica consentì invece di utilizzare le relazioni di parentela per restringere l’insieme dei possibili candidati.

La tecnologia è differente, ma il principio metodologico resta lo stesso: il dato genetico non deve essere isolato dal contesto investigativo.

La privacy nella genealogia genetica investigativa

L’efficacia della genealogia genetica ha aperto anche questioni etiche e giuridiche rilevanti. Quando una persona inserisce il proprio profilo genetico in un database genealogico, quel dato può fornire indirettamente informazioni sulle relazioni biologiche con persone che non hanno mai utilizzato il servizio.

Una ricerca investigativa può quindi coinvolgere, indirettamente, intere reti familiari. Tra gli aspetti da considerare rientrano:

  • modalità di raccolta dei dati genetici;
  • consenso degli utenti;
  • condizioni di accesso da parte delle autorità;
  • tipologia dei reati per cui questi strumenti possono essere utilizzati;
  • protezione dei dati di soggetti estranei all’indagine;
  • necessità di verificare indipendentemente ogni pista ottenuta.

Il caso Golden State Killer è quindi rilevante non soltanto per ciò che la tecnologia ha reso possibile, ma anche per il dibattito sui limiti entro cui tale tecnologia dovrebbe essere utilizzata.

Cosa disse DeAngelo dopo l’arresto?

Uno dei pochi momenti in cui disponiamo di parole attribuite direttamente a DeAngelo dopo la sua identificazione si verifica durante l’interrogatorio successivo all’arresto.
Secondo la ricostruzione presentata dall’accusa, mentre si trovava solo nella stanza degli interrogatori DeAngelo iniziò a parlare tra sé e fece riferimento a una figura chiamata “Jerry”, rappresentandola come una parte di sé collegata ai crimini.

Le sue parole sono interessanti dal punto di vista criminologico proprio perché devono essere interpretate con estrema cautela. Non dimostrano l’esistenza di una seconda personalità e non consentono, da sole, di formulare una diagnosi psichiatrica.
Potrebbero rappresentare una modalità personale di separare simbolicamente le proprie azioni dalla propria identità, una narrazione costruita nel momento dell’arresto o un’altra forma di autorappresentazione.

Il dato documentabile è più limitato: DeAngelo utilizzò quella rappresentazione mentre parlava dei fatti che aveva commesso. Andare oltre significherebbe trasformare un elemento documentale in una diagnosi che le fonti, da sole, non consentono.

Cosa possiamo davvero sapere della mente del Golden State Killer?

La domanda è inevitabile, soprattutto quando si studia un autore responsabile di una serie così lunga di crimini. Possiamo ricostruire ciò che DeAngelo ha fatto.
Possiamo confrontare le sue scelte, osservare la preparazione di alcuni attacchi, analizzare le modalità di controllo delle vittime, verificare come determinati comportamenti ricorrano e studiare come il modus operandi cambi nel tempo.

Possiamo inoltre utilizzare dichiarazioni documentate e confrontarle con il resto delle evidenze. Ciò che non possiamo fare con lo stesso livello di certezza è trasformare tutto questo in una spiegazione definitiva della sua mente.

Dire che un comportamento mostra pianificazione non significa conoscere la motivazione psicologica della pianificazione. Osservare una ricerca ripetuta di controllo non significa poter diagnosticare un particolare disturbo o bisogno patologico.
Registrare una frase pronunciata dopo l’arresto non significa poter dedurre automaticamente la struttura della personalità dell’autore.

Questa distinzione è centrale nella criminologia professionale: inferire responsabilmente dai comportamenti significa anche sapere dove l’inferenza deve fermarsi.

Cosa insegna il caso sul criminal profiling?

Il Golden State Killer permette anche di comprendere possibilità e limiti della profilazione criminale.
L’analisi comportamentale può essere utile per organizzare informazioni, confrontare episodi e sviluppare ipotesi su alcune caratteristiche compatibili con un autore sconosciuto.

Non ha però identificato autonomamente Joseph DeAngelo. L’identificazione è il risultato dell’integrazione tra:

  • analisi delle scene del crimine;
  • confronto tra comportamenti ricorrenti;
  • ricostruzione geografica e cronologica;
  • conservazione delle tracce biologiche;
  • analisi genetica;
  • genealogia genetica investigativa;
  • attività investigativa tradizionale;
  • confronto diretto del DNA.

Il caso aiuta quindi a evitare una rappresentazione cinematografica del profiling, nella quale sarebbe sufficiente comprendere la personalità di un autore per attribuirgli un reato.

Golden State Killer e BTK: due modalità molto diverse di identificazione

Un confronto didatticamente interessante può essere fatto con Dennis Rader, noto come BTK. Entrambi gli autori furono identificati dopo molti anni, ma attraverso percorsi investigativi profondamente differenti.

Nel caso Golden State Killer furono le tracce biologiche e la genealogia genetica a costituire la svolta principale. Nel caso BTK ebbero invece grande importanza le comunicazioni inviate dall’autore e le informazioni ricavate dall’analisi di un supporto digitale.

Il confronto mostra un principio essenziale delle scienze investigative: non esiste una tecnica universale capace di risolvere ogni caso. Il metodo deve adattarsi alle evidenze concretamente disponibili.

Il procedimento giudiziario contro Joseph DeAngelo

L’identificazione investigativa non coincide con la conclusione giudiziaria. Il 29 giugno 2020 Joseph James DeAngelo Jr. si dichiarò colpevole di 13 omicidi di primo grado e 13 sequestri a scopo di rapina. Ammise inoltre numerosi altri reati che non erano formalmente contestati nel procedimento.

Il 21 agosto 2020 venne condannato a 11 ergastoli consecutivi senza possibilità di libertà condizionale per gli omicidi, oltre alle ulteriori pene previste per gli altri fatti contestati e le aggravanti.
Il caso consente quindi di distinguere tre livelli che nella narrazione giornalistica vengono talvolta sovrapposti:

  • reati collegati investigativamente a un autore;
  • reati contestati o ammessi nel procedimento;
  • fatti sui quali interviene una decisione giudiziaria.

Questa distinzione è indispensabile per costruire una ricostruzione criminologica corretta.

Golden State Killer come caso scuola: 7 lezioni per la criminologia

1. Un pattern non è una prova

Le ricorrenze comportamentali possono suggerire un collegamento, ma devono essere confrontate con altre evidenze.

2. Il modus operandi può cambiare

Un autore può adattare tecniche e comportamenti. Non è quindi necessario che ogni scena sia perfettamente identica alle precedenti.

3. La firma comportamentale va interpretata con prudenza

Attribuire una funzione psicologica certa a un comportamento può produrre conclusioni eccessive. Il punto di partenza deve restare il dato osservabile.

4. La vittimologia completa l’analisi

Studiare vittime, luoghi, routine e circostanze permette di comprendere meglio il contesto senza attribuire responsabilità alle persone colpite.

5. Nei cold case la conservazione delle prove è decisiva

Una traccia raccolta correttamente può assumere nuovo valore molti anni dopo grazie a tecnologie non disponibili al momento del reato.

6. La genealogia genetica genera piste, non sentenze

Un collegamento genealogico deve essere seguito da verifiche indipendenti e da riscontri investigativi.

7. La tecnologia non sostituisce il metodo

DNA, banche dati, profiling, vittimologia e analisi comportamentale sono strumenti differenti. Il risultato più affidabile emerge dalla loro integrazione e dalla verifica delle ipotesi.

Perché il Golden State Killer resta importante per la criminologia contemporanea?

Il valore didattico del caso Golden State Killer non consiste nel tentativo di trovare una spiegazione definitiva alla personalità di Joseph DeAngelo. La lezione più importante riguarda il metodo investigativo.

Per decenni esistevano scene del crimine, testimonianze, comportamenti ricorrenti e tracce biologiche. Nessuno di questi elementi, da solo, aveva consentito di identificare definitivamente l’autore.
L’evoluzione della genetica forense permise di rileggere quelle prove attraverso strumenti nuovi. La genealogia genetica produsse una pista, ma furono le verifiche successive a trasformarla in un’identificazione investigativamente sostenibile.

Il caso mostra quindi perché una buona analisi criminologica debba distinguere sempre tra osservazione, ipotesi, interpretazione e verifica.
È proprio questa distinzione che trasforma la vicenda del Golden State Killer da una storia di cronaca nera in un vero caso scuola di criminologia investigativa e scienze forensi.

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