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Stalking 2.0: Cari Farver e la rivoluzione delle prove forensi digitali

Stalking 2.0: Cari Farver e la rivoluzione delle prove forensi digitali

Cari Farver - stalking 2.0, la rivoluzione delle prove forensi digitali
  • Sara Elia
  • 17 Gennaio 2026
  • Criminologia
  • 8 minuti

Cari Farver, il caso di stalking digitale e manipolazione dell’identità

Il 13 novembre 2012, Cari Farver, madre single di 37 anni residente in Nebraska, scompare nel nulla dopo aver detto a un’amica che stava andando a incontrare un uomo conosciuto da poco. Nessun corpo, nessuna scena del crimine, nessuna prova immediata: solo un’assenza improvvisa che, all’inizio, non sembra nemmeno una scomparsa.

Nei mesi e negli anni successivi, però, accade qualcosa di inquietante. Familiari, amici ed ex partner iniziano a ricevere messaggi, email e post sui social apparentemente inviati da Cari. Le comunicazioni sono aggressive, contraddittorie, a tratti disturbanti. Cari sembra viva, ma profondamente cambiata. Eppure nessuno riesce a incontrarla di persona. Nessuna chiamata vocale. Nessuna apparizione fisica.

Quello che emerge lentamente è uno dei casi più particolari di stalking digitale e manipolazione dell’identità mai affrontati dalla giustizia americana. Il caso di Cari Farver segna un punto di svolta nel true crime contemporaneo perché dimostra come la tecnologia possa essere usata non solo per commettere un crimine, ma per cancellare una persona e sostituirla con una versione artificiale, costruita attraverso smartphone, account e messaggi programmati.

Questo articolo ricostruisce una vicenda che ha cambiato il modo di intendere le prove forensi digitali, mostrando come dati, log, dispositivi elettronici e analisi informatiche abbiano permesso di smascherare un inganno durato anni.
Il caso Cari Farver non è solo una storia di violenza e ossessione, ma anche un inquietante esempio di “stalking 2.0”, in cui l’identità digitale diventa un’arma e la verità deve essere cercata dentro i byte, non nei luoghi fisici.

Indice
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Chi sono Cari Farver e Dave Kroupa

Cari Farver, madre single di 37 anni, vive a Omaha, in Nebraska, ed è una donna intelligente, determinata e premurosa che ama la sua famiglia e nutre rapporti affettuosi con chi le sta intorno.
La sua vita sentimentale è però complicata: nel 2012, inizia a frequentare Dave Kroupa, un meccanico divorziato con figli già coinvolto in una relazione con un’altra donna, Shanna “Liz” Golyar.
 
I due si conoscono nel negozio di auto dove Dave lavora.
Colpito dal suo fascino e dalla sua intelligenza, l’uomo la invita a un appuntamento che si conclude nel suo appartamento, dove per la prima volta Cari incontra casualmente Golyar, venuta a ritirare alcune sue cose. Questo incontro fortuito segna l’inizio di un triangolo amoroso destinato a concludersi nel peggiore dei modi.
 
Nei due mesi successivi, Cari e Dave iniziano a frequentarsi assiduamente, nonostante il loro rapporto non sia esclusivo e la coppia instaura un legame affettivo molto forte.  Nel frattempo, però Liz Golyar comincia a maturare nei confronti dell’uomo un’allarmante gelosia e a manifestare comportamenti ossessivi, come ad esempio telefonate incessanti e pedinamenti. 
 
Questa dinamica complessa di sentimenti contrastanti diventa così terreno fertile per gli eventi tragici che seguiranno.

La scomparsa di Cari Farver

Il 13 novembre 2012, Cari Farver scompare. Poco dopo, iniziano ad arrivare a Dave Kroupa messaggi dal suo numero di telefono contraddittori: prima propone di trasferirsi insieme, poi lo insulta e lo allontana.
 
Allo stesso tempo, anche la madre Nancy Raney, riceve messaggi che le comunicano un fantomatico trasferimento della figlia in Kansas, con l’intenzione di lasciare il figlio sotto la sua custodia. La donna denuncia la scomparsa della figlia, dando il via alle prime indagini.
All’inizio, gli investigatori pensano a un episodio legato a problemi di salute mentale, dato che Cari aveva una diagnosi di depressione e disturbo bipolare.
 
Nel frattempo però, Dave continua a ricevere messaggi sempre più frequenti, inquietanti e minacciosi. Inoltre, nel gennaio 2013 avvista l’auto di Farver in un parcheggio e lo segnala alle autorità, senza che ciò porti però a nessun risultato e ad agosto 2013 la casa di Liz Golyar prende fuoco, incendio che viene attribuito a Cari Farver stessa.
 
Gli atti di stalking si incentrano successivamente sulla ex moglie Flora e i figli, fattore che costringe Kroupa a limitare le visite ed incontrarli altrove per precauzione. L’uomo vive costantemente nella paura e nella confusione ed inizia così a bere per gestire l’ansia.

La svolta nel caso

Nel 2015, due anni dopo la scomparsa di Cari Farver, le indagini subiscono una svolta decisiva.
Gli investigatori riescono infatti a collegare i messaggi ad un indirizzo IP legato a Todd Butterbaugh, collega di Liz Golyar
. Questo rivela che in realtà, dietro i messaggi e tutti gli altri atti di stalking non c’è Cari ma Liz stessa, che ha orchestrato un elaborato piano mirato a confondere, destabilizzare e tormentare Dave Kroupa.
 
Intanto, a dicembre dello stesso anno, l’uomo si accorge che la sua pistola è sparita dal suo appartamento.
Negli stessi giorni, Liz si reca al 911 segnalando di essere stata colpita da un proiettile al Big Lake Park e finge di aver subito un’aggressione. Gli investigatori sospettano subito che la donna stia mentendo e si sia in realtà autoinflitta le ferite, ma lei continua a costruire false accuse contro altre persone. In particolare, fornisce messaggi, dettagli ed informazioni falsificate che fanno sembrare che la colpevole della sparizione di Cari Farver sia l’ex partner di Kroupa, Amy Flora.
 
Ma proprio seguendo questi dettagli, gli investigatori cominciano a mettere insieme i pezzi e scoprono gradualmente che dietro le persecuzioni c’è Liz Golyar, autrice dell’omicidio di Farver e della successiva messinscena per depistare le indagini.

Come le prove digitali hanno risolto il caso Cari Farver

Nel caso Cari Farver, la svolta investigativa non arriva da una confessione né dal ritrovamento immediato del corpo, ma da un paradosso tipico dello stalking 2.0: più il persecutore “vive” online, più lascia tracce.
Per anni, amici e familiari di Cari, così come l’uomo che frequentava, ricevono messaggi che sembrano provenire da lei. Testi, email e contatti continui mantengono in vita un’illusione: Cari è “lontana”, arrabbiata, imprevedibile, ma ancora presente. Proprio questa presenza digitale ostinata diventa, col tempo, l’elemento più sospetto.

1) L’anomalia che accende l’indagine: “Cari” non si vede mai, ma scrive sempre

Uno dei punti chiave è che Cari non viene più avvistata, eppure l’attività di messaggistica attribuita a lei non diminuisce: anzi, in certe fasi aumenta e diventa sistematica, ripetitiva, ossessiva. Questo scarto tra “assenza fisica” e “iper-presenza digitale” spinge gli investigatori a trattare i messaggi non come semplici prove collaterali, ma come oggetto principale dell’indagine.

2) Metadati e tracciamento: non conta solo cosa si scrive, ma da dove parte

Il passo decisivo è tecnico: si analizzano account, invii e provenienze. Gli investigatori della Pottawattamie County (in Iowa) lavorano sulla messaggistica attribuita a Cari con l’aiuto di uno specialista IT, Tony Kava, e ricostruiscono l’origine di parte delle comunicazioni.

In particolare, l’analisi porta a collegare un indirizzo IP a un’abitazione specifica a Council Bluffs, collegata a Todd Butterbaugh (collega di uno degli investigatori), presso cui vive Liz Golyar in quel periodo. È uno snodo fondamentale: se i messaggi “di Cari” partono da lì, la storia cambia completamente prospettiva.

3) La strategia investigativa “a specchio”

Quando gli investigatori iniziano a sospettare che Liz Golyar stia impersonando Cari, evitano l’errore più comune: affrontarla frontalmente senza un impianto probatorio robusto.
Al contrario, adottano una tecnica di “contenimento”: fingono di prendere sul serio alcune piste e la spingono a fornire materiale che, paradossalmente, finirà per inchiodarla.

Secondo quanto ricostruito, Golyar arriva a inoltrare agli investigatori messaggi “di terzi” (attribuiti a un’altra donna coinvolta nella vicenda) che contengono dettagli compromettenti sulla sorte di Cari. È una dinamica tipica nei casi di manipolazione: quando chi controlla la narrazione pensa di guidare anche l’indagine, tende a strafare—e crea incoerenze verificabili.

4) Il ponte tra digitale e fisico: l’auto, il sangue e la conferma materiale

Le prove digitali da sole raramente bastano, soprattutto quando manca un corpo.

Qui però il digitale funziona come “mappa” che porta gli investigatori a riaprire e riesaminare elementi concreti. Un passaggio decisivo è la perquisizione e l’analisi dell’auto di Cari: viene rilevato sangue in un punto non compatibile con la normalità d’uso. Questo tipo di riscontro è cruciale perché trasforma l’ipotesi di “allontanamento volontario” in un quadro coerente con un evento violento.

5) La digital forensics sui dispositivi

L’elemento che rende il caso davvero “forense digitale” è l’analisi dei dispositivi e dei supporti di memoria.
Viene recuperato un vecchio tablet e, tramite esame della micro SD, vengono rintracciate migliaia di immagini eliminate. Tra queste compare la fotografia di un piede appartenente a un corpo senza vita; un tatuaggio riconducibile a Cari permette di collegare l’immagine alla vittima.

È una prova dal peso enorme perché mostra due cose insieme:

  • la realtà dell’omicidio (contro l’idea che Cari sia solo scomparsa);
  • il controllo narrativo esercitato dall’autrice delle comunicazioni, che mantiene la vittima “attiva” solo online.

6) Perché queste prove reggono in tribunale

Dal punto di vista probatorio, il caso dimostra un principio fondamentale: le “prove digitali” non sono magia, ma diventano forti quando sono convergenti. Qui si incastrano più livelli:

  • attribuzione tecnica (IP / provenienze di invio) che riduce l’area dei possibili autori;
  • coerenze linguistiche e comportamentali dei messaggi (pattern ripetuti, stile, ossessività) che supportano l’ipotesi dell’impersonificazione;
  • riscontri fisici (sangue nell’auto) che portano dal sospetto alla materialità;
  • forensics su device (recupero di contenuti cancellati) che fornisce una prova identificativa.

È questo intreccio che consente all’accusa di sostenere un quadro solido anche senza il ritrovamento immediato del corpo.

Processo e condanna

Nel 2017 inizia il processo a Shanna Golyar. La procura presenta prove schiaccianti, tra cui principalmente:
  • email e messaggi inviati sotto false identità;
  • impronte digitali lasciati sui pacchetti di menta nell’auto di Cari Farver;
  • foto del piede tatuato della vittima;
  • confessione di omicidio inviata via email sotto un alias.
La difesa contesta l’assenza del corpo e di testimoni oculari, sostenendo che non vi siano prove sufficienti di omicidio ma nonostante le obiezioni il giudice ritiene che le prove siano convincenti.
Shanna viene quindi condannata all’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale per l’omicidio di primo grado, più ulteriori 18-20 anni per incendio doloso e tentativo di incolpare un’altra persona.
 
Ad oggi, la donna sta scontando la pena presso il Nebraska Correctional Center for Women. 
Dave Kroupa, dal canto suo, vive ancora in Nebraska e pur non essendo responsabile si sente coinvolto nella catena di avvenimenti che hanno portato alla morte di Farver, ammettendo di aver sottovalutato le conseguenze della sua doppia relazione e di non aver riconosciuto i segnali di pericolo.
 
Occorre infine evidenziare come questo caso sia anche un monito sul ruolo della tecnologia nel crimine: strumenti digitali possono essere utilizzati per ingannare, minacciare e persino sostituire la realtà, creando scenari in cui la verità e la finzione si mescolano pericolosamente.
 
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