Cari Farver, il caso di stalking digitale e manipolazione dell’identità
Il 13 novembre 2012, Cari Farver, madre single di 37 anni residente in Nebraska, scompare nel nulla dopo aver detto a un’amica che stava andando a incontrare un uomo conosciuto da poco. Nessun corpo, nessuna scena del crimine, nessuna prova immediata: solo un’assenza improvvisa che, all’inizio, non sembra nemmeno una scomparsa.
Nei mesi e negli anni successivi, però, accade qualcosa di inquietante. Familiari, amici ed ex partner iniziano a ricevere messaggi, email e post sui social apparentemente inviati da Cari. Le comunicazioni sono aggressive, contraddittorie, a tratti disturbanti. Cari sembra viva, ma profondamente cambiata. Eppure nessuno riesce a incontrarla di persona. Nessuna chiamata vocale. Nessuna apparizione fisica.
Quello che emerge lentamente è uno dei casi più particolari di stalking digitale e manipolazione dell’identità mai affrontati dalla giustizia americana. Il caso di Cari Farver segna un punto di svolta nel true crime contemporaneo perché dimostra come la tecnologia possa essere usata non solo per commettere un crimine, ma per cancellare una persona e sostituirla con una versione artificiale, costruita attraverso smartphone, account e messaggi programmati.
Questo articolo ricostruisce una vicenda che ha cambiato il modo di intendere le prove forensi digitali, mostrando come dati, log, dispositivi elettronici e analisi informatiche abbiano permesso di smascherare un inganno durato anni.
Il caso Cari Farver non è solo una storia di violenza e ossessione, ma anche un inquietante esempio di “stalking 2.0”, in cui l’identità digitale diventa un’arma e la verità deve essere cercata dentro i byte, non nei luoghi fisici.
Chi sono Cari Farver e Dave Kroupa
La sua vita sentimentale è però complicata: nel 2012, inizia a frequentare Dave Kroupa, un meccanico divorziato con figli già coinvolto in una relazione con un’altra donna, Shanna “Liz” Golyar.
Colpito dal suo fascino e dalla sua intelligenza, l’uomo la invita a un appuntamento che si conclude nel suo appartamento, dove per la prima volta Cari incontra casualmente Golyar, venuta a ritirare alcune sue cose. Questo incontro fortuito segna l’inizio di un triangolo amoroso destinato a concludersi nel peggiore dei modi.
La scomparsa di Cari Farver
La svolta nel caso
Gli investigatori riescono infatti a collegare i messaggi ad un indirizzo IP legato a Todd Butterbaugh, collega di Liz Golyar. Questo rivela che in realtà, dietro i messaggi e tutti gli altri atti di stalking non c’è Cari ma Liz stessa, che ha orchestrato un elaborato piano mirato a confondere, destabilizzare e tormentare Dave Kroupa.
Negli stessi giorni, Liz si reca al 911 segnalando di essere stata colpita da un proiettile al Big Lake Park e finge di aver subito un’aggressione. Gli investigatori sospettano subito che la donna stia mentendo e si sia in realtà autoinflitta le ferite, ma lei continua a costruire false accuse contro altre persone. In particolare, fornisce messaggi, dettagli ed informazioni falsificate che fanno sembrare che la colpevole della sparizione di Cari Farver sia l’ex partner di Kroupa, Amy Flora.
Come le prove digitali hanno risolto il caso Cari Farver
Nel caso Cari Farver, la svolta investigativa non arriva da una confessione né dal ritrovamento immediato del corpo, ma da un paradosso tipico dello stalking 2.0: più il persecutore “vive” online, più lascia tracce.
Per anni, amici e familiari di Cari, così come l’uomo che frequentava, ricevono messaggi che sembrano provenire da lei. Testi, email e contatti continui mantengono in vita un’illusione: Cari è “lontana”, arrabbiata, imprevedibile, ma ancora presente. Proprio questa presenza digitale ostinata diventa, col tempo, l’elemento più sospetto.
1) L’anomalia che accende l’indagine: “Cari” non si vede mai, ma scrive sempre
Uno dei punti chiave è che Cari non viene più avvistata, eppure l’attività di messaggistica attribuita a lei non diminuisce: anzi, in certe fasi aumenta e diventa sistematica, ripetitiva, ossessiva. Questo scarto tra “assenza fisica” e “iper-presenza digitale” spinge gli investigatori a trattare i messaggi non come semplici prove collaterali, ma come oggetto principale dell’indagine.
2) Metadati e tracciamento: non conta solo cosa si scrive, ma da dove parte
Il passo decisivo è tecnico: si analizzano account, invii e provenienze. Gli investigatori della Pottawattamie County (in Iowa) lavorano sulla messaggistica attribuita a Cari con l’aiuto di uno specialista IT, Tony Kava, e ricostruiscono l’origine di parte delle comunicazioni.
In particolare, l’analisi porta a collegare un indirizzo IP a un’abitazione specifica a Council Bluffs, collegata a Todd Butterbaugh (collega di uno degli investigatori), presso cui vive Liz Golyar in quel periodo. È uno snodo fondamentale: se i messaggi “di Cari” partono da lì, la storia cambia completamente prospettiva.
3) La strategia investigativa “a specchio”
Quando gli investigatori iniziano a sospettare che Liz Golyar stia impersonando Cari, evitano l’errore più comune: affrontarla frontalmente senza un impianto probatorio robusto.
Al contrario, adottano una tecnica di “contenimento”: fingono di prendere sul serio alcune piste e la spingono a fornire materiale che, paradossalmente, finirà per inchiodarla.
Secondo quanto ricostruito, Golyar arriva a inoltrare agli investigatori messaggi “di terzi” (attribuiti a un’altra donna coinvolta nella vicenda) che contengono dettagli compromettenti sulla sorte di Cari. È una dinamica tipica nei casi di manipolazione: quando chi controlla la narrazione pensa di guidare anche l’indagine, tende a strafare—e crea incoerenze verificabili.
4) Il ponte tra digitale e fisico: l’auto, il sangue e la conferma materiale
Le prove digitali da sole raramente bastano, soprattutto quando manca un corpo.
Qui però il digitale funziona come “mappa” che porta gli investigatori a riaprire e riesaminare elementi concreti. Un passaggio decisivo è la perquisizione e l’analisi dell’auto di Cari: viene rilevato sangue in un punto non compatibile con la normalità d’uso. Questo tipo di riscontro è cruciale perché trasforma l’ipotesi di “allontanamento volontario” in un quadro coerente con un evento violento.
5) La digital forensics sui dispositivi
L’elemento che rende il caso davvero “forense digitale” è l’analisi dei dispositivi e dei supporti di memoria.
Viene recuperato un vecchio tablet e, tramite esame della micro SD, vengono rintracciate migliaia di immagini eliminate. Tra queste compare la fotografia di un piede appartenente a un corpo senza vita; un tatuaggio riconducibile a Cari permette di collegare l’immagine alla vittima.
È una prova dal peso enorme perché mostra due cose insieme:
- la realtà dell’omicidio (contro l’idea che Cari sia solo scomparsa);
- il controllo narrativo esercitato dall’autrice delle comunicazioni, che mantiene la vittima “attiva” solo online.
6) Perché queste prove reggono in tribunale
Dal punto di vista probatorio, il caso dimostra un principio fondamentale: le “prove digitali” non sono magia, ma diventano forti quando sono convergenti. Qui si incastrano più livelli:
- attribuzione tecnica (IP / provenienze di invio) che riduce l’area dei possibili autori;
- coerenze linguistiche e comportamentali dei messaggi (pattern ripetuti, stile, ossessività) che supportano l’ipotesi dell’impersonificazione;
- riscontri fisici (sangue nell’auto) che portano dal sospetto alla materialità;
- forensics su device (recupero di contenuti cancellati) che fornisce una prova identificativa.
È questo intreccio che consente all’accusa di sostenere un quadro solido anche senza il ritrovamento immediato del corpo.
Processo e condanna
- email e messaggi inviati sotto false identità;
- impronte digitali lasciati sui pacchetti di menta nell’auto di Cari Farver;
- foto del piede tatuato della vittima;
- confessione di omicidio inviata via email sotto un alias.
Shanna viene quindi condannata all’ergastolo senza possibilità di libertà condizionale per l’omicidio di primo grado, più ulteriori 18-20 anni per incendio doloso e tentativo di incolpare un’altra persona.
