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Quando la vittima si affeziona: la sindrome di Stoccolma

Quando la vittima si affeziona: la sindrome di Stoccolma

sindrome di Stoccolma
  • Sara Elia
  • 31 Dicembre 2024
  • Criminologia
  • 17 minuti
  • 30 Luglio 2026

Quando la vittima si affeziona: la sindrome di Stoccolma

La sindrome di Stoccolma è uno dei fenomeni psicologici più affascinanti e controversi studiati in criminologia. Infatti l’espressione “sindrome di Stoccolma” viene utilizzata per indicare la situazione paradossale derivante da un evento traumatico, in cui la vittima sente un forte legame affettivo con il suo carceriere.

Si tratta di un legame emotivo apparentemente irrazionale che si sviluppa tra vittime e aggressori durante situazioni di estrema tensione, come rapimenti, sequestri o altre forme di coercizione. Ma cosa spinge una persona a provare empatia o persino affetto verso chi le infligge sofferenza?

Questo articolo esplorerà l’origine del termine, il contesto in cui si manifesta e l’impatto che tale dinamica può avere sui protagonisti e sulle indagini criminologiche. La sindrome di Stoccolma, al di là del suo aspetto emotivo, rappresenta una sfida per investigatori, psicologi e criminologi, che devono decifrare il fragile equilibrio tra paura e legame affettivo. Un viaggio nei meandri della mente umana che rivela quanto possano essere complesse le dinamiche del controllo e della sopravvivenza.

Indice
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Sindrome di Stoccolma: origine del termine

Il termine “sindrome di Stoccolma” deriva da un evento accaduto tra il 23 e il 28 agosto 1973, quando Jan-Erik Olsson tentò di rapinare la Kreditbanken a Norrmalmstorg, nel centro di Stoccolma.

Durante la rapina, Olsson prese in ostaggio quattro impiegati della banca e chiese la liberazione del suo ex compagno di cella, Clark Olofsson, che fu portato sul posto dalle autorità.
La situazione si protrasse per sei giorni, durante i quali gli ostaggi svilupparono un legame con i loro sequestratori, arrivando a temere più l’intervento della polizia che i rapitori stessi.
Una delle ostaggi, Kristin Enmark, espresse questa preoccupazione direttamente al primo ministro svedese Olof Palme durante una telefonata. Alla fine della crisi, gli ostaggi rifiutarono di testimoniare contro i rapitori e alcuni mantennero contatti con loro anche dopo l’arresto.

Chi ha coniato il termine sindrome di Stoccolma

L’espressione viene attribuita allo psichiatra e criminologo svedese Nils Bejerot, consulente della polizia durante la crisi.
Bejerot interpretò il comportamento degli ostaggi come una particolare forma di identificazione con i sequestratori, chiamando il fenomeno come “sindrome di Norrmalmstorg“, dal nome della piazza dove si trovava la banca.
La definizione si diffuse successivamente a livello internazionale come “sindrome di Stoccolma”.

Sebbene la sindrome di Stoccolma sia ampiamente riconosciuta nel linguaggio comune e nei media, non è ufficialmente classificata come disturbo mentale nei principali manuali diagnostici, come il DSM-5 o l’ICD-11.
Alcuni esperti la considerano più un meccanismo di sopravvivenza che una vera e propria patologia, suggerendo che le vittime sviluppino legami con i loro aggressori per aumentare le probabilità di sopravvivenza. Altri critici sostengono che il termine sia stato utilizzato per sminuire le critiche rivolte alla gestione della crisi da parte della polizia e per etichettare le reazioni delle vittime in modo semplicistico.

Che cos’è la sindrome di Stoccolma

La sindrome di Stoccolma è un particolare stato di dipendenza psicologica/affettiva in cui la vittima di un sequestro, di un atteggiamento aggressivo, di violenza verbale, psicologica o di altri tipi, avverte un sentimento di simpatia, empatia, fiducia, attaccamento e amore nei confronti del suo carnefice. Anche ad avvenuta “liberazione”, in senso metaforico o meno, continua a nutrire sentimenti positivi nonostante l’episodio abbia provocato uno shock con pesanti conseguenze psicologiche.
 
Durante i maltrattamenti subiti la vittima inizia a maturare nei confronti dell’aggressore:
  • forte legame positivo;
  • totale sottomissione volontaria;
  • rapporto di alleanza e solidarietà. 
A livello statistico, essa è maggiormente diffusa in situazioni di
  • violenza sulle donne;
  • abusi sui minori;
  • persone particolarmente devote ad un certo culto;
  • prigionieri di guerra;
  • sequestro di persona. 
Nonostante sia definita come tale, la sindrome di Stoccolma non è in realtà considerata una patologia clinica nè rientra nelle malattie psichiatriche, mancando dei requisiti necessari per essere inserito tra i DSM (manuale diagnostico e statistico dei disturbi mentali). 
Per questo motivo, ad oggi non esiste un trattamento specifico per la sindrome di Stoccolma.
 
Quando una persona presenta conseguenze psicologiche dopo un sequestro o un’esperienza di controllo coercitivo, l’intervento viene calibrato sui sintomi effettivi, che possono includere manifestazioni post-traumatiche, ansia, depressione o dissociazione.
Il sostegno della rete sociale può favorire il recupero, ma in alcuni casi è indicato un percorso con professionisti esperti di trauma.

Fasi e manifestazione 

La sindrome di Stoccolma si articola in 3 differenti fasi:
  • inconscia nascita di sentimenti positivi per l’aggressore fin dai primi giorni: la scelta, non razionale, si innesca inoltre come involontario meccanismo automatico legato all’istinto di sopravvivenza. In questo senso, la vittima elimina inconsapevolmente dalla sua mente il rancore nei suoi confronti;
  • sentimenti negativi verso le autorità: la certezza che sia la polizia ad intervenire e a portarla in salvo, con il tempo, svanisce. Si innesca quindi un sentimento automatico che tende a rinnegare le autorità e l’aiuto che tarda ad arrivare:
  • reciproci sentimenti positivi tra vittima e carnefice: in questa condizione, il rapitore ha meno motivi per scatenare la sua violenza. In effetti, in questi casi l’indice di sopravvivenza dei soggetti è più alta.
Nello specifico, i comportamenti che la vittima presenta sono:
  • compiacimento degli aggressori;
  • simpatia, empatia, affetto e talvolta innamoramento;
  • legittimazione e discolpa dei comportamenti subiti;
  • sottomissione volontaria;
  • rinuncia alla fuga, anche quando se ne presenta la possibilità;
  • rifiuto di collaborare con le autorità, nei confronti dei quali prova sentimenti avversi;
  • rifiuto di testimoniare. 
La comparsa della sindrome di Stoccolma di certo ha una forte correlazione con la personalità della vittima. Di solito si tratta infatti di caratteri:
  • fragili
  • non ben strutturati
  • poco solidi
Occorre infine sottolineare che in genere il carnefice effettua un lavaggio del cervello depersonalizzante.

Quali condizioni possono favorire il legame con l’aggressore

Studi sull’argomento hanno registrato alcune condizioni di base che sono comunemente determinanti nello sviluppo della sindrome di Stoccolma.
Nello specifico:
  • atti visti come di gentilezza, ad esempio garantire il cibo o lasciare utilizzare i servizi, hanno un impatto benevolo sulla psiche della vittima.
    In questo modo tendono a giustificare i comportamenti degli aggressori, percependo che potrebbero essere molto più pesanti e terribili;
  • condivisione di un ambiente e di una situazione isolata, lontano dal resto del mondo.
    Nonostante non sussista alcun rapporto e precedente tra aggressore e vittima, quest’ultima inizia a sviluppare la sensazione di un legame. Allo stesso tempo, nutre un senso di avversione verso l’autorità che dapprima tarda ad arrivare ma poi invade il luogo di condivisione. Alla base di questi sentimenti contribuisce molto una durata prolungata del sequestro. Un sequestro prolungato, infatti, farebbe sì che l’ostaggio conosca più a fondo il suo sequestratore, entri in confidenza con quest’ultimo, fortifichi la simpatia e l’attaccamento nei suoi confronti, cominci a sentirsi dipendente da lui.
  • sviluppo di senso di fiducia nell’umanità dell’aggressore: più passa il tempo più la vittima conosce il suo carnefice, entrando in confidenza con lui e fortificando l’attaccamento nei suoi confronti. Questa fiducia non è da ricercarsi tanto nel comportamento di quest’ultimo, ma è dal credere che non abbia commesso atti di violenza ancora più gravi di quelli commessi.

Nella mente della vittima: perché arriva a difendere l’aggressore?

Osservata dall’esterno, la condotta di una persona sequestrata o sottoposta a violenza può apparire incomprensibile. Ci si può domandare perché non fugga quando sembra averne l’occasione, perché obbedisca, minimizzi quanto subito o mostri comprensione verso il proprio aggressore.

La domanda, però, rischia di partire da un presupposto errato: che la vittima si trovi nelle condizioni psicologiche e materiali di scegliere liberamente.
In una situazione dominata dalla paura, dalla minaccia e dalla dipendenza, il comportamento non segue necessariamente la logica che adotterebbe una persona al sicuro.

La collaborazione apparente non equivale quindi al consenso e la mancata fuga non dimostra necessariamente affetto, passività o volontà di restare.

Sopravvivere diventa la priorità

Quando una persona percepisce una minaccia grave, il suo organismo concentra le risorse sulla sopravvivenza immediata.
Le reazioni al pericolo non si limitano alla lotta o alla fuga. Possono comprendere anche l’immobilizzazione, la dissociazione e il tentativo di calmare chi rappresenta la minaccia.

In quest’ultimo caso la vittima può:

  • evitare di contraddire l’aggressore;
  • anticiparne le richieste;
  • mostrarsi disponibile o rassicurante;
  • controllare tono di voce, espressioni e movimenti;
  • cercare di instaurare una forma minima di relazione;
  • nascondere paura, rabbia o desiderio di fuga.

Questi comportamenti possono essere interpretati dall’esterno come complicità o vicinanza emotiva.
In realtà, possono costituire una strategia di apaciguamento, adottata consapevolmente oppure in modo automatico per ridurre la possibilità di ulteriori violenze.

Una proposta emersa nella letteratura recente suggerisce proprio di utilizzare il concetto di appeasement, cioè apaciguamento, al posto della sindrome di Stoccolma.
Questa lettura mette al centro l’asimmetria della relazione: la vittima non sta costruendo un rapporto paritario, ma cerca di regolare il comportamento di una persona dalla quale dipende la propria incolumità.

La fuga può sembrare più pericolosa della permanenza

Dire che una persona “avrebbe potuto scappare” non significa che, dal suo punto di vista, la fuga fosse realmente praticabile.

La vittima può temere che il tentativo venga scoperto e provochi:

  • una reazione violenta;
  • ritorsioni contro familiari o altre persone;
  • un inasprimento della sorveglianza;
  • la perdita delle poche condizioni di sicurezza conquistate;
  • conseguenze imprevedibili o letali.

Inoltre, l’aggressore può aver convinto la vittima che nessuno la stia cercando, che le autorità non siano affidabili o che all’esterno non troverebbe aiuto.
La possibilità fisica di allontanarsi, quindi, non coincide sempre con la percezione di una via di salvezza.

Più il controllo è prolungato, maggiore può diventare la difficoltà di valutare rischi e alternative.
Isolamento, minacce, privazione del sonno, sorveglianza, dipendenza economica o materiale e controllo delle informazioni restringono progressivamente lo spazio decisionale.
Il controllo coercitivo è inoltre associato a conseguenze psicologiche rilevanti, comprese manifestazioni post-traumatiche e depressive, che possono incidere ulteriormente sulla capacità di progettare e attuare una fuga.

Dipendere dall’aggressore modifica la percezione

Durante un sequestro o una condizione di prigionia, la stessa persona che costituisce la minaccia può controllare anche l’accesso a cibo, acqua, riposo, informazioni e protezione.

Si crea così una dipendenza estrema.
Un gesto elementare, come concedere da mangiare, permettere di dormire o evitare una punizione, può assumere un valore sproporzionato perché avviene in un contesto dominato dalla paura.

La vittima non dimentica necessariamente la violenza subita. Può però concentrarsi sui segnali che le permettono di prevedere il comportamento dell’aggressore e mantenere una relativa sicurezza.
Riconoscere i suoi stati d’animo, assecondarlo o valorizzarne i momenti meno violenti può diventare un modo per rendere l’ambiente più prevedibile.

Non si tratta quindi sempre di gratitudine o innamoramento. Può essere una forma di adattamento a una situazione nella quale l’aggressore controlla contemporaneamente il pericolo e i mezzi necessari per sopravvivere.

Difendere l’aggressore può servire a mantenere un equilibrio

In alcuni casi la vittima arriva a giustificare, minimizzare o difendere pubblicamente chi l’ha tenuta sotto controllo. Anche questo comportamento non ha una sola spiegazione.

Può derivare dal timore che criticare l’aggressore produca conseguenze, dalla difficoltà di abbandonare immediatamente le regole apprese durante la prigionia o dal bisogno di dare un significato coerente a un’esperienza estrema.

La persona può inoltre aver trascorso giorni, mesi o anni osservando continuamente il proprio aggressore, imparando a interpretarne emozioni, gesti e reazioni. Comprenderne il comportamento diventa funzionale alla sopravvivenza.
Dopo la liberazione, questa attenzione può persistere e apparire come empatia o difesa.

Anche l’ostilità verso la polizia o i soccorritori può avere spiegazioni concrete.
Un intervento armato, ad esempio, può essere percepito come un momento di ulteriore pericolo. La vittima può temere che un’irruzione scateni la violenza dell’aggressore o che le autorità non comprendano l’equilibrio precario costruito durante la prigionia.

Una strategia può diventare in parte automatica

Non tutte le reazioni sono il risultato di una decisione consapevole. In una condizione di terrore prolungato, alcune risposte possono attivarsi automaticamente.

Mostrarsi calmi, compiacenti o emotivamente vicini può aiutare a ridurre l’aggressività dell’altra persona.
La letteratura sull’apaciguamento descrive questa possibilità come una strategia di sopravvivenza nella quale la vittima tenta di tranquillizzare l’aggressore e di diminuire il rischio immediato, senza che ciò implichi un rapporto affettivo reciproco.

Questo non significa che tutte le vittime reagiscano nello stesso modo. Alcune tentano la fuga, altre oppongono resistenza, altre si immobilizzano o cercano di rendersi collaborative.
Le risposte dipendono dal contesto, dalla natura delle minacce, dalle possibilità percepite e dalle reazioni individuali al trauma.

L’apparente vicinanza non cancella la coercizione

Il punto centrale è che un comportamento affettuoso, collaborativo o protettivo non dimostra automaticamente l’esistenza di un legame libero e reciproco.

In un rapporto fondato sulla minaccia manca l’equilibrio necessario per parlare di una relazione ordinaria. La vittima può adattarsi all’aggressore perché la propria sicurezza dipende da lui, non perché approvi ciò che sta accadendo.

Per questo è più utile chiedersi:

Quale pericolo stava cercando di evitare la vittima attraverso quel comportamento?

La domanda sposta l’attenzione dalla presunta debolezza della persona alle condizioni concrete di coercizione.
Non essere fuggiti, aver obbedito o aver difeso l’aggressore non significa aver scelto liberamente la situazione. In molti casi può significare, più semplicemente, aver individuato il comportamento ritenuto meno pericoloso per restare in vita.

Casi tipo di sindrome di Stoccolma

La sindrome di Stoccolma ha catturato l’attenzione di criminologi, psicologi e sociologi per via delle sue implicazioni nelle dinamiche tra vittime e aggressori. Sebbene il fenomeno sia complesso e relativamente raro, alcuni casi emblematici hanno contribuito a definirne i contorni e a renderlo oggetto di studio.
Di seguito alcuni dei casi più noti in criminologia.

1. Rapina alla Kreditbanken di Stoccolma (1973)

Origine del termine
La sindrome prende il nome da questo episodio, avvenuto a Stoccolma, in Svezia.
Due rapinatori presero in ostaggio quattro persone all’interno di una banca per sei giorni. Durante il sequestro, gli ostaggi svilupparono un forte legame con i loro rapitori, arrivando a difenderli pubblicamente dopo il rilascio e a rifiutarsi di testimoniare contro di loro.

Questo caso è considerato il prototipo della sindrome di Stoccolma, evidenziando come lo stress e la necessità di sopravvivenza possano alterare il comportamento delle vittime.

2. Rapimento di Patricia Hearst (1974)

Il caso dell’ereditiera americana
Patricia Hearst, figlia di un magnate dell’editoria, fu rapita dal gruppo terrorista SLA (Symbionese Liberation Army). Dopo settimane di prigionia, non solo sviluppò empatia per i suoi rapitori, ma si unì al gruppo e partecipò a una rapina a mano armata.

Questo caso è spesso usato per studiare il confine tra sindrome di Stoccolma e indottrinamento, sottolineando l’importanza del contesto psicologico e della pressione sociale.

3. Caso di Natascha Kampusch (1998-2006)

Otto anni di prigionia
Natascha Kampusch, rapita all’età di 10 anni in Austria, rimase prigioniera del suo sequestratore Wolfgang Přiklopil per otto anni.
Dopo la fuga, Natascha espresse comprensione e una sorta di affetto verso il suo rapitore, arrivando a dichiarare di aver pianto per la sua morte.

Questo caso mostra come la dipendenza psicologica e la privazione di libertà possano creare un legame paradossale tra vittima e carnefice.

4. Rapimento di Elizabeth Smart (2002)

La giovane ostaggio negli USA
Elizabeth Smart, rapita a 14 anni, rimase prigioniera per nove mesi.
Durante questo periodo, mostrò comportamenti collaborativi, che alcuni interpretarono come segni di sindrome di Stoccolma. Tuttavia, Elizabeth ha successivamente smentito di essersi affezionata ai suoi rapitori, evidenziando come non tutti i casi di collaborazione siano necessariamente attribuibili a questa sindrome.

Il caso solleva il problema della distinzione tra sindrome di Stoccolma e reazioni di sopravvivenza strategiche.

5. Caso di Jaycee Dugard (1991-2009)

Una vita in cattività
Jaycee Dugard fu rapita a 11 anni e tenuta prigioniera per 18 anni dal suo rapitore e dalla sua complice.
Durante la prigionia, Jaycee sviluppò un apparente legame con i suoi sequestratori, una dinamica interpretata come manifestazione della sindrome di Stoccolma.

Questo caso evidenzia come la durata della prigionia e il trattamento relativamente “benevolo” possano influenzare la formazione di legami emotivi.

6. Il caso Colleen Stan (1977)

La ragazza nella scatola
Colleen Stan fu rapita e tenuta prigioniera per sette anni da una coppia negli Stati Uniti. Fu sottoposta a torture fisiche e psicologiche, ma sviluppò un senso di dipendenza emotiva dal suo rapitore, arrivando a non cogliere alcune opportunità di fuga.

Il caso è utilizzato per studiare il ruolo della manipolazione psicologica e della coercizione nella sindrome di Stoccolma.

Questi casi dimostrano come la sindrome di Stoccolma sia un fenomeno complesso, che varia a seconda del contesto, della durata della prigionia e della psicologia delle vittime. Per i criminologi, tali episodi offrono uno spunto per analizzare non solo le dinamiche tra vittime e carnefici, ma anche l’impatto di stress, paura e dipendenza sul comportamento umano.

La sindrome di Stoccolma esiste davvero?

La sindrome di Stoccolma è un’espressione molto conosciuta, utilizzata nei media, nella criminologia divulgativa e nel linguaggio comune per descrivere il presunto legame emotivo che alcune vittime svilupperebbero nei confronti dei propri sequestratori o aggressori.

La notorietà del termine, tuttavia, non corrisponde a un riconoscimento altrettanto solido sul piano clinico e scientifico.
La sindrome di Stoccolma non è classificata come disturbo mentale autonomo nei principali sistemi diagnostici internazionali e non dispone di criteri condivisi attraverso i quali un professionista possa formularne una diagnosi specifica.

La risposta più corretta alla domanda “esiste davvero?” è quindi articolata: esistono comportamenti e reazioni psicologiche osservabili nelle persone sottoposte a sequestro, abuso o controllo coercitivo, ma è controverso che tali reazioni costituiscano una vera sindrome clinica autonoma.

Perché non è una diagnosi clinica riconosciuta

In medicina e psicologia, utilizzare il termine “sindrome” presuppone normalmente l’esistenza di un insieme sufficientemente definito e ricorrente di segni e sintomi.

Nel caso della sindrome di Stoccolma mancano però:

  • criteri diagnostici validati;
  • una combinazione di sintomi accettata dalla comunità scientifica;
  • strumenti standardizzati per riconoscerla;
  • dati affidabili sulla sua frequenza;
  • una chiara distinzione da altre risposte al trauma;
  • un decorso clinico prevedibile;
  • un trattamento specificamente rivolto a questa presunta condizione.

Una revisione pubblicata su Acta Psychiatrica Scandinavica ha rilevato che il concetto non era descritto nei sistemi internazionali di classificazione diagnostica e che la letteratura disponibile era costituita prevalentemente da resoconti di singoli casi. Gli autori non individuarono criteri diagnostici validati e sottolinearono l’ambiguità con cui l’espressione veniva utilizzata.

Anche una successiva revisione sistematica ha confermato la mancanza di uniformità nella definizione e nelle caratteristiche attribuite al fenomeno.
Dopo aver analizzato 23 contributi, gli autori hanno evidenziato soprattutto la scarsità di studi empirici e il possibile peso dei bias informativi nella costruzione dell’idea stessa di sindrome di Stoccolma.

Questo non significa che le esperienze delle vittime siano inventate o prive di rilevanza psicologica. Significa, piuttosto, che non esistono prove sufficienti per riunire reazioni molto differenti all’interno di una diagnosi unica e chiaramente delimitata.

Un concetto nato dall’interpretazione di un caso

Un’altra particolarità riguarda l’origine del termine.
La sindrome di Stoccolma non nacque attraverso studi clinici condotti su gruppi di pazienti, né dall’identificazione progressiva di un quadro diagnostico ricorrente.
L’espressione deriva dall’interpretazione fornita dopo la rapina alla Kreditbanken di Stoccolma del 1973.
Il comportamento degli ostaggi, che espressero timori verso l’intervento delle autorità e atteggiamenti apparentemente favorevoli ai sequestratori, venne spiegato come una forma di identificazione con gli aggressori.

Da quel singolo episodio il concetto fu successivamente esteso ad altri sequestri e, in seguito, a contesti molto diversi:

  • violenza nelle relazioni di coppia;
  • abusi prolungati;
  • tratta di persone;
  • prigionia;
  • appartenenza a gruppi coercitivi;
  • sfruttamento sessuale;
  • maltrattamenti sui minori.

Questa espansione ha contribuito alla popolarità del termine, ma ha anche reso più difficile stabilire che cosa indichi precisamente.
Un comportamento osservato durante un sequestro di pochi giorni non è necessariamente assimilabile alle dinamiche di una relazione abusiva durata anni.

Le prove scientifiche sono ancora limitate

La ricerca sulla sindrome di Stoccolma presenta un problema fondamentale: i casi di sequestro sono relativamente rari, difficili da studiare in modo sistematico e molto diversi tra loro.

Gran parte delle conoscenze deriva da:

  • testimonianze successive agli eventi;
  • ricostruzioni giornalistiche;
  • autobiografie;
  • osservazioni cliniche;
  • casi giudiziari;
  • interpretazioni retrospettive del comportamento delle vittime.

Queste fonti possono offrire informazioni importanti, ma non permettono facilmente di verificare se esista una sindrome distinta, con cause, sintomi e sviluppo sempre confrontabili.

La prima revisione sistematica dedicata al tema individuò soltanto 12 studi pertinenti, in gran parte costituiti da casi singoli.
Gli stessi autori segnalarono la possibilità di un bias di pubblicazione: i casi più insoliti e mediaticamente interessanti hanno maggiori probabilità di essere raccontati rispetto alle molte vittime che non manifestano alcuna apparente vicinanza all’aggressore.

Una revisione successiva ampliò il numero dei contributi esaminati a 23, ma rilevò ancora una marcata carenza di studi empirici e criteri condivisi.

Non è quindi possibile stabilire con precisione:

  • quante persone sviluppino tali reazioni;
  • quanto durino;
  • quali condizioni le provochino;
  • se costituiscano un fenomeno unico;
  • se siano diverse da altre strategie di sopravvivenza al trauma.

Comportamenti reali, interpretazioni controverse

Alcune vittime possono effettivamente manifestare comportamenti difficili da comprendere dall’esterno. Possono mostrarsi collaborative, preoccuparsi per l’aggressore, minimizzare quanto accaduto, rifiutare di testimoniare oppure esprimere sfiducia nei confronti delle autorità.

Ciò che rimane controverso non è necessariamente l’esistenza di questi comportamenti, ma la loro interpretazione.
Definirli come prova di un legame affettivo può essere riduttivo. La vittima potrebbe invece:

  • cercare di calmare una persona pericolosa;
  • temere conseguenze in caso di opposizione;
  • dipendere dall’aggressore per bisogni essenziali;
  • aver interiorizzato minacce e regole imposte;
  • non percepire una possibilità sicura di fuga;
  • reagire attraverso dissociazione o immobilizzazione;
  • tentare di mantenere prevedibile una situazione estrema.

La collaborazione apparente può pertanto essere una strategia di adattamento, consapevole o automatica, e non la manifestazione di amore o autentica adesione all’aggressore.

L’ipotesi dell’apaciguamento

Alcuni studiosi propongono di sostituire l’espressione “sindrome di Stoccolma” con il concetto di apaciguamento, dall’inglese appeasement.

Secondo questa interpretazione, la vittima può mostrare calma, disponibilità o vicinanza emotiva con lo scopo di ridurre l’aggressività del sequestratore.
La relazione rimane profondamente asimmetrica: non si forma necessariamente un legame reciproco, ma si attiva una possibile risposta di sopravvivenza diretta a diminuire il pericolo.

Un contributo pubblicato nel 2023 ha proposto proprio l’apaciguamento come spiegazione alternativa.
Gli autori sottolineano che la sindrome di Stoccolma è un fenomeno ipotetico sostenuto da una base empirica scarsa e suggeriscono di interpretare l’apparente connessione con l’aggressore come un tentativo di calmarlo e adattarsi a una condizione di minaccia.

Anche questa proposta non deve essere considerata una spiegazione definitiva applicabile a ogni vittima.
Rappresenta però un cambiamento importante di prospettiva: anziché chiedersi perché la persona si sia “affezionata” al carnefice, si analizza quale funzione di protezione potesse avere il suo comportamento.

Sindrome di Stoccolma e legame traumatico non sono sinonimi

Nel linguaggio comune, la sindrome di Stoccolma viene spesso confusa con il legame traumatico. I due concetti, tuttavia, non coincidono perfettamente.

La sindrome di Stoccolma è stata utilizzata soprattutto per descrivere il comportamento di persone tenute in ostaggio o in condizioni di prigionia.
Il legame traumatico indica invece una relazione che può consolidarsi nel tempo attraverso l’alternanza tra maltrattamenti, paura, riavvicinamento, promesse e temporanei momenti di sollievo.

Nelle relazioni abusive possono intervenire ulteriori fattori:

  • dipendenza economica;
  • isolamento sociale;
  • presenza di figli;
  • timore di ritorsioni;
  • svalutazione progressiva;
  • alternanza tra violenza e riconciliazione;
  • perdita di fiducia nelle proprie capacità;
  • assenza di alternative percepite.

Applicare automaticamente l’etichetta di sindrome di Stoccolma a ogni persona che rimane accanto a un partner violento rischia quindi di oscurare la complessità del controllo coercitivo e delle condizioni che rendono difficile allontanarsi.

Perché il termine continua a essere utilizzato

Nonostante i limiti scientifici, l’espressione continua a essere diffusa perché offre una spiegazione immediata a comportamenti che appaiono contraddittori.

È semplice, memorabile e facilmente applicabile alle narrazioni mediatiche.
Permette di riassumere in poche parole una situazione nella quale la vittima sembra:

  • difendere l’aggressore;
  • non tentare la fuga;
  • rifiutare l’aiuto;
  • mostrare affetto;
  • minimizzare la violenza.

Il rischio è che l’etichetta sostituisca l’analisi.
Dire che una persona soffre della sindrome di Stoccolma può far sembrare irrazionale la vittima, senza considerare le minacce, la dipendenza e le strategie che le hanno permesso di sopravvivere.

Può inoltre alimentare domande colpevolizzanti: “Perché non è scappata?”, “Perché lo ha difeso?”, “Perché è rimasta?”.
Una lettura centrata sul trauma invita invece a chiedersi quali pericoli la persona percepisse, quali possibilità avesse realmente e quale funzione svolgessero i suoi comportamenti in quel contesto.

Quindi la sindrome di Stoccolma è un mito?

Definirla semplicemente un mito sarebbe altrettanto impreciso.
Non è dimostrata come sindrome clinica autonoma, ma il termine cerca di descrivere reazioni che possono effettivamente presentarsi in condizioni estreme.
Alcune vittime sviluppano emozioni ambivalenti verso l’aggressore, tentano di proteggerlo oppure mantengono atteggiamenti di dipendenza anche dopo la liberazione.

Ciò non prova però che esista un’unica sindrome responsabile di tali comportamenti.

La posizione più equilibrata è distinguere tra:

  • il fenomeno osservato, cioè alcune reazioni di vicinanza, collaborazione o protezione verso l’aggressore;
  • l’interpretazione clinica, che non dispone ancora di criteri e prove sufficienti per configurare una diagnosi autonoma;
  • le possibili spiegazioni alternative, come apaciguamento, controllo coercitivo, dissociazione, adattamento traumatico e legame traumatico.

La sindrome di Stoccolma esiste quindi soprattutto come concetto descrittivo e culturale, non come diagnosi scientificamente definita. Può essere utile per introdurre il tema, purché non venga utilizzata per semplificare l’esperienza della vittima o attribuirle un innamoramento che non è possibile dimostrare.

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