Criminologia biosociale: oltre il determinismo nello studio del reato
La criminologia biosociale studia il comportamento antisociale attraverso le relazioni tra biologia, sviluppo individuale e ambiente.
Integra contributi della criminologia, della sociologia, della genetica comportamentale, delle neuroscienze, della psicologia dello sviluppo e dell’epidemiologia, senza cercare un presunto marcatore biologico del criminale.
Il suo oggetto non coincide perfettamente con il reato.
Molti studi esaminano aggressività, impulsività, violazione delle regole o disturbo della condotta: fenomeni che possono essere correlati alla criminalità, ma che non equivalgono automaticamente a una condotta penalmente rilevante. Il reato dipende infatti anche dalle norme di un determinato ordinamento e dalla ricostruzione giuridica del fatto.
Il concetto centrale è l’interazione. Una predisposizione può produrre esiti differenti in base alle esperienze familiari, alle condizioni sociali, alle opportunità, ai fattori protettivi e alle fasi dello sviluppo. Allo stesso modo, un ambiente sfavorevole non determina automaticamente una condotta illecita. Biologia e contesto costituiscono livelli interdipendenti, non spiegazioni alternative o concorrenti.
La devianza indica la violazione di norme sociali, mentre il reato presuppone una qualificazione giuridica. Questa distinzione evita di sovrapporre comportamento antisociale, diagnosi clinica e responsabilità penale. Consente inoltre di interpretare con maggiore precisione risultati che riguardano soprattutto associazioni probabilistiche tra variabili, non cause individuali certe.
La criminologia biosociale può quindi contribuire alla comprensione delle traiettorie antisociali e alla progettazione degli interventi preventivi. Non permette, invece, di prevedere con sicurezza chi commetterà un reato. Le probabilità rilevate nei gruppi non si trasferiscono automaticamente alla singola persona, la cui condotta dipende da una combinazione dinamica di fattori individuali, ambientali, evolutivi e situazionali.
Perché il crimine non dipende solo dai geni o dall’ambiente
La criminologia biosociale rifiuta sia il determinismo genetico, secondo cui la condotta sarebbe programmata biologicamente, sia un determinismo esclusivamente sociale, nel quale l’individuo sarebbe il semplice prodotto dell’ambiente.
Il comportamento emerge da processi che si influenzano reciprocamente nel corso del tempo.
| Livello di analisi | Esempi | Significato criminologico |
|---|---|---|
| Genetico | Varianti comuni, predisposizioni poligeniche, differenze nella sensibilità agli stimoli | Può contribuire a differenze statistiche, ma non codifica uno specifico reato |
| Neurologico e neuropsicologico | Sviluppo cerebrale, controllo inibitorio, regolazione emotiva, funzioni esecutive, conseguenze di traumi cranici | Può influenzare autocontrollo e decisione, senza determinare colpevolezza o pericolosità |
| Biochimico e fisiologico | Sistemi serotoninergici e dopaminergici, asse dello stress, cortisolo, testosterone, risposta autonomica | Le associazioni dipendono dal contesto e non costituiscono biomarcatori individuali del crimine |
| Familiare e sociale | Maltrattamento, qualità delle cure, povertà, esclusione, scuola, gruppo dei pari, esposizione alla violenza | Può aumentare o ridurre il rischio e interagire con le caratteristiche individuali |
| Evolutivo | Età di esposizione, durata delle esperienze, plasticità, accumulo di rischi e protezioni | Lo stesso fattore può avere effetti diversi nelle varie fasi della vita |
| Situazionale e giuridico | Conflitto, opportunità, accesso a sostanze o armi, controllo sociale, norme vigenti | Contribuisce al passaggio da una propensione generale a una specifica condotta, poi qualificata dal diritto |
L’interazione dinamica può assumere forme differenti:
- nell’interazione gene–ambiente o G×E, l’associazione tra una caratteristica genetica e un comportamento varia in presenza di determinate condizioni ambientali;
- nella correlazione gene–ambiente o rGE, alcune caratteristiche individuali possono contribuire alla selezione o all’evocazione di particolari esperienze, mentre genitori e figli condividono in parte sia geni sia contesti;
- attraverso la plasticità neurobiologica, esperienze, stress, apprendimento e relazioni possono modificare nel tempo il funzionamento dei sistemi neurali;
- nei processi epigenetici, l’ambiente può associarsi a variazioni nella regolazione dell’espressione genica, senza cambiare la sequenza del DNA e senza creare un’impronta certa o immutabile del comportamento;
- mediante l’accumulo di fattori di rischio e protezione, una traiettoria può essere aggravata, interrotta o compensata nel corso dello sviluppo.
Una difficoltà precoce nel controllo degli impulsi, per esempio, non conduce necessariamente al reato.
Il suo significato può cambiare in presenza di sostegno familiare, qualità della scuola, relazioni prosociali, cure adeguate e opportunità. Maltrattamento, abbandono scolastico, abuso di sostanze e frequentazione di gruppi devianti possono invece amplificare il rischio. Anche in quest’ultimo caso, tuttavia, l’esito non è inevitabile.
Criminologia biosociale: genetica comportamentale ed ereditabilità
La genetica comportamentale studia come differenze genetiche e ambientali contribuiscano alla variabilità osservata tra individui. Utilizza soprattutto ricerche su gemelli, famiglie e adozioni.
Alcune meta-analisi hanno stimato che i fattori genetici possano spiegare, in determinate popolazioni, circa il 40-50% della variabilità dei comportamenti antisociali. Il dato non significa che il comportamento di una persona dipenda per metà dai geni.
L’ereditabilità misura quanta variabilità statistica, all’interno di un campione e in specifiche condizioni, risulta associata a differenze genetiche.
La stima può cambiare tra popolazioni, periodi storici e contesti sociali. Un tratto altamente ereditabile può essere modificabile, mentre un cambiamento ambientale può ridurre o amplificare l’espressione delle differenze individuali.
Questi studi dipendono inoltre da assunzioni metodologiche, dalla definizione dell’esito e dalla qualità delle misurazioni. Anche la categoria “ambiente” comprende fenomeni molto diversi, tra cui relazioni familiari, condizioni prenatali, istruzione, svantaggio sociale, esposizione alla violenza e influenze non condivise tra fratelli.
La criminologia biosociale si distingue quindi dalla teoria di Cesare Lombroso, fondata su presunti caratteri innati e riconoscibili del delinquente.
La ricerca contemporanea adotta modelli probabilistici e considera molteplici livelli causali, evitando di ricavare caratteristiche individuali da semplici medie di gruppo. Questa differenza segna il passaggio da una concezione tipologica e deterministica a un modello statistico, evolutivo e multifattoriale.
Sul piano applicativo, una stima riferita a una popolazione non prova la pericolosità del singolo.
Non dimostra neppure imputabilità, intenzione o responsabilità penale. Queste categorie richiedono valutazioni giuridiche autonome, accertamenti individuali e prove pertinenti al fatto concreto.
Criminologia biosociale: predisposizioni, esperienze e interazione gene–ambiente
Uno degli studi più noti sull’interazione G×E fu pubblicato nel 2002 da Avshalom Caspi e colleghi.
La ricerca analizzò i partecipanti maschi della coorte longitudinale di Dunedin, osservando il rapporto tra maltrattamento infantile, attività dell’enzima MAOA e successivi comportamenti antisociali.
Tra i soggetti esposti a maltrattamenti, il genotipo associato a una minore attività di MAOA risultava collegato a una maggiore frequenza di alcuni esiti antisociali. Una maggiore attività appariva invece associata a una relativa protezione. In assenza di maltrattamento, le differenze erano molto più limitate.
Il risultato non dimostra che MAOA causi il crimine o che una variante genetica renda inevitabile la violenza.
Il maltrattamento è un’esperienza complessa, mentre gli esiti dipendono da numerose variabili biologiche, psicologiche e sociali. Anche gli studi sui geni candidati possono risentire della dimensione del campione, della definizione dei comportamenti, della struttura della popolazione e della selezione dei risultati pubblicati.
Le successive repliche e meta-analisi hanno prodotto risultati in parte favorevoli all’interazione tra MAOA e maltrattamento, ma con differenze tra gruppi, esiti e metodi di ricerca. Non esiste pertanto un “test MAOA” capace di prevedere la condotta di una persona.
La principale implicazione applicativa riguarda la prevenzione, non la selezione biologica.
Ridurre l’esposizione alla violenza, sostenere la genitorialità e intervenire sui bisogni dello sviluppo può modificare le traiettorie di rischio indipendentemente dal profilo genetico. In ambito giudiziario, un dato G×E non ricostruisce automaticamente il nesso tra una persona e il reato contestato.
Correlati cerebrali, fattori biochimici e ricerca genomica
La neurocriminologia studia i correlati cerebrali e neuropsicologici dei comportamenti antisociali.
Una meta-analisi del 2009, basata su 43 studi di neuroimaging, rilevò nei gruppi antisociali, violenti o psicopatici un effetto medio riferito alle aree prefrontali pari a circa d = −0,60.
Le associazioni interessavano circuiti coinvolti nella regolazione emotiva, nel controllo inibitorio e nella valutazione delle conseguenze, comprese aree prefrontali, orbitofrontali e del cingolo anteriore.
Una differenza media tra gruppi, tuttavia, non identifica l’autore di un reato e non prova un rapporto causale univoco.
Le distribuzioni dei gruppi si sovrappongono ampiamente.
Traumi cranici, uso di sostanze, farmaci, stress cronico, condizioni socioeconomiche e precedenti esperienze possono inoltre influenzare sia il comportamento sia le misure cerebrali. Una differenza può essere causa, conseguenza, fattore concomitante oppure un prodotto del metodo utilizzato.
Anche i fattori neurochimici e ormonali devono essere interpretati con cautela.
Serotonina, dopamina, cortisolo o testosterone partecipano a sistemi complessi e non hanno un rapporto diretto e invariabile con la violenza.
Le concentrazioni possono cambiare in base all’età, allo stress, al sonno, ai farmaci, all’uso di sostanze e al momento della misurazione. Un valore periferico rilevato nel sangue o nella saliva, inoltre, non descrive automaticamente ciò che avviene nel cervello.
La genomica molecolare estende l’analisi a numerose varianti distribuite nel genoma. Uno studio GWAS pubblicato nel 2022 utilizzò 28 campioni di scoperta, comprendenti complessivamente 85.359 persone, e cinque campioni di replica con 8.058 partecipanti.
La ricerca riportò un’associazione statisticamente significativa tra una misura ampia di comportamento antisociale e la variante rs12536335, interna a FOXP2.
L’associazione non trasforma FOXP2 in un gene del crimine. Gli effetti delle singole varianti sono generalmente molto piccoli e i fenotipi utilizzati aggregano comportamenti differenti.
I punteggi poligenici esprimono una propensione relativa all’interno delle popolazioni studiate, hanno una capacità predittiva limitata e possono perdere accuratezza quando vengono applicati a persone con ascendenze genetiche diverse.
Non esistono attualmente linee guida scientifiche che giustifichino l’uso ordinario di punteggi poligenici, dosaggi biochimici o scansioni cerebrali per prevedere il comportamento criminale individuale.
Traiettorie antisociali lungo lo sviluppo
Nel 1993 Terrie E. Moffitt propose una tassonomia dello sviluppo articolata in due percorsi principali.
Il profilo life-course-persistent descrive condotte antisociali che iniziano precocemente e persistono nelle diverse fasi della vita. La teoria collega questa continuità all’interazione tra difficoltà neuropsicologiche infantili e ambienti criminogeni, considerandone l’evoluzione nel tempo.
Il profilo adolescence-limited riguarda invece comportamenti concentrati soprattutto nell’adolescenza.
Moffitt lo associò al maturity gap, ossia alla distanza tra maturità biologica e autonomia sociale. In questo percorso possono assumere particolare importanza l’imitazione dei coetanei, la ricerca di status e la temporanea sperimentazione di condotte trasgressive.
La distinzione descrive traiettorie teoriche e non categorie rigide da applicare automaticamente a ogni persona o a un singolo episodio. Gli studi successivi hanno infatti rilevato percorsi più eterogenei, con condotte croniche a bassa intensità, esordi tardivi e processi di desistenza.
Il disturbo della condotta è inoltre una categoria clinica, mentre il reato appartiene al diritto penale. Sul piano preventivo, la teoria suggerisce interventi differenziati secondo età, durata, contesto e bisogni evolutivi. Sul piano investigativo, non consente di dedurre la traiettoria personale da un singolo comportamento.
Prevenzione e applicazioni della criminologia biosociale
L’utilità più concreta della criminologia biosociale riguarda l’individuazione di processi modificabili, non la ricerca di persone biologicamente pericolose. Gli interventi possono agire su più livelli:
- prevenzione del maltrattamento e sostegno precoce alle famiglie;
- accesso alla salute mentale e al trattamento delle dipendenze;
- interventi educativi sul controllo emotivo e sulle funzioni esecutive;
- riduzione dell’esposizione a violenza, sostanze tossiche e traumi;
- contrasto all’abbandono scolastico e all’esclusione sociale;
- programmi individualizzati per adolescenti con bisogni persistenti;
- rafforzamento dei fattori protettivi, delle relazioni prosociali e delle opportunità di desistenza.
La selezione dei destinatari dovrebbe basarsi su bisogni osservabili, condizioni cliniche valutate correttamente e fattori sociali modificabili. Uno screening genetico della popolazione o dei minori sarebbe scientificamente ingiustificato e comporterebbe gravi rischi di discriminazione.
La criminologia investigativa lavora su informazioni riferite a eventi concreti. Le evidenze biosociali descrivono invece meccanismi generali e distribuzioni di probabilità.
Non possono sostituire tracce, testimonianze, accertamenti tecnici o altri elementi riferiti al fatto indagato.
Implicazioni etiche e legali nel diritto penale attuale
L’impiego di dati genetici, neurologici o biochimici nel sistema penale solleva un problema fondamentale: la scienza descrive relazioni probabilistiche, mentre il diritto deve pronunciarsi sulla responsabilità di una persona per un fatto specifico.
Imputabilità e capacità di intendere e di volere
Nel diritto penale italiano il riferimento principale resta l’articolo 85 del Codice penale, secondo cui è imputabile chi, al momento del fatto, possiede la capacità di intendere e di volere. Gli articoli 88 e 89 disciplinano il vizio totale e parziale di mente.
Una predisposizione genetica, una differenza cerebrale o un’associazione neurochimica non costituiscono di per sé un’infermità giuridicamente rilevante.
Per incidere sull’imputabilità occorre dimostrare una condizione clinica individuale e il suo concreto effetto sulle capacità della persona nel momento del fatto. Il semplice aumento statistico di un rischio non soddisfa questo requisito.
Dolo, colpa e ricostruzione del fatto
Una scansione cerebrale non permette di leggere retrospettivamente l’intenzione dell’imputato.
Allo stesso modo, un profilo genetico non dimostra premeditazione, perdita di controllo o assenza di consapevolezza. Dolo e colpa devono essere accertati attraverso la condotta, le circostanze, le dichiarazioni, le prove e gli altri elementi previsti dal diritto.
Le evidenze neuroscientifiche possono eventualmente integrare una valutazione clinica, ma non sostituiscono il collegamento tra stato mentale e fatto contestato.
È il cosiddetto problema del fit: anche una ricerca scientificamente valida può non essere pertinente alla specifica questione giuridica.
Perizia e affidabilità della prova scientifica
L’articolo 220, comma 2, del Codice di procedura penale limita le perizie dirette a stabilire il carattere, la personalità o la tendenza a delinquere dell’imputato quando tali qualità non dipendono da cause patologiche.
Non è quindi ammessa, nella fase di cognizione, una generica perizia biologica volta a stabilire se una persona possieda un profilo criminale.
Quando una prova scientifica viene proposta, devono essere valutati validità del metodo, replicabilità, margini di errore, qualità degli studi, competenza dell’esperto e pertinenza rispetto al caso. Nella giurisprudenza italiana questi temi sono stati approfonditi anche dalla sentenza Cozzini della Corte di cassazione, mentre negli Stati Uniti vengono spesso discussi attraverso i criteri derivati da Daubert v. Merrell Dow Pharmaceuticals.
Pena e pericolosità: il problema della prova a doppio taglio
La stessa evidenza biosociale può essere interpretata in direzioni opposte.
Una difficoltà nel controllo degli impulsi potrebbe essere presentata dalla difesa come elemento attenuante; l’accusa potrebbe invece usarla per sostenere un rischio di recidiva.
È il problema della prova a doppio taglio.
La pericolosità non può essere dedotta automaticamente da un gene, da una diagnosi o da una scansione cerebrale. Una valutazione giuridica deve considerare dati individuali, attuali e contestualizzati, evitando di trasformare una predisposizione in una presunzione sfavorevole.
Privacy, discriminazione e disuguaglianze
I dati genetici coinvolgono non soltanto la persona esaminata, ma possono rivelare informazioni sui familiari biologici.
In ambito sanitario e di ricerca sono dati particolarmente protetti dall’articolo 9 del Regolamento generale sulla protezione dei dati. Per i trattamenti svolti dalle autorità competenti a fini di prevenzione, indagine e perseguimento dei reati opera la disciplina europea specifica recepita in Italia dal decreto legislativo 51/2018.
Le principali criticità etiche comprendono:
- discriminazione e stigmatizzazione di persone, famiglie o gruppi sociali;
- interpretazioni deterministiche e possibili derive eugenetiche;
- sovrastima della capacità predittiva di test genetici e neuroscientifici;
- violazione della privacy e uso secondario dei campioni biologici;
- risultati meno accurati per popolazioni poco rappresentate negli studi genomici;
- medicalizzazione di comportamenti legati anche a povertà, trauma ed esclusione;
- impiego della vulnerabilità biologica per aggravare la pena anziché per migliorare cura e prevenzione.
Casi reali di genetica e neuroscienze nei procedimenti penali
I tribunali di diversi Paesi hanno già esaminato prove genetiche e neuroscientifiche.
Questi casi non dimostrano che le tecniche siano predittive: mostrano piuttosto i diversi modi in cui giudici, giurie ed esperti ne hanno discusso ammissibilità, pertinenza e limiti.
| Caso | Evidenza proposta | Utilizzo e risultato | Insegnamento principale |
|---|---|---|---|
| Mobley v. State, Georgia, 455 S.E.2d 61 (1995) | La difesa chiese risorse per effettuare un test relativo a MAOA, richiamando gli studi allora disponibili su una rara mutazione familiare | La richiesta fu respinta per insufficiente collegamento scientifico con il caso concreto | Una scoperta riferita a una famiglia o a una condizione rara non può essere trasferita automaticamente a un imputato |
| Corte d’Assise d’Appello di Trieste, caso Bayout, 2009 | Valutazioni psichiatriche integrate con test genetici e indagini neuroscientifiche | La vulnerabilità biologica concorse alla motivazione di un’ulteriore riduzione della pena | La decisione suscitò un ampio dibattito perché l’associazione genetica non dimostrava da sola una ridotta capacità nel momento del fatto |
| State v. Waldroup, Tennessee, processo del 2009 e appello del 2011 | La difesa presentò una variante a bassa attività di MAOA insieme a una storia di abusi infantili | La giuria pronunciò condanne per reati meno gravi rispetto ad alcune contestazioni originarie | Non è possibile isolare il peso della prova genetica dalle altre evidenze, dalla storia clinica e dalla strategia difensiva |
| Tribunale di Como, caso Albertani, 2011 | Neuroimaging, test neuropsicologici e informazioni genetiche furono integrati nella valutazione psichiatrico-forense | Il giudice riconobbe un vizio parziale di mente e applicò una pena ridotta | I dati biologici furono usati come parte di una valutazione multidimensionale, non come prova autonoma di irresponsabilità |
| Roper v. Simmons (2005) e Miller v. Alabama (2012), Corte Suprema degli Stati Uniti | Psicologia dello sviluppo e neuroscienze sull’immaturità degli adolescenti | La Corte limitò la pena di morte per i minori e l’ergastolo senza liberazione condizionale obbligatorio | L’uso giuridicamente più solido riguarda principi generali sullo sviluppo, non la diagnosi cerebrale del singolo imputato |
| United States v. Semrau, 693 F.3d 510 (6th Cir. 2012) | Una PET cerebrale fu proposta a sostegno della difesa per infermità mentale | L’esame fu escluso dopo la valutazione di affidabilità e pertinenza | Un metodo clinico o sperimentale può essere scientificamente interessante ma non adatto a rispondere alla specifica domanda processuale |
L’ammissione di una prova in tribunale non equivale a una validazione scientifica generale. Allo stesso modo, l’esclusione non implica che l’intero settore sia privo di valore.
Occorre distinguere la ricerca sui gruppi, la diagnosi clinica individuale e la questione normativa che il giudice deve risolvere.
Un modello integrato, non una previsione individuale
La criminologia biosociale interpreta il comportamento antisociale attraverso le relazioni tra predisposizioni, esperienze, sviluppo e circostanze sociali.
La genetica comportamentale stima contributi relativi: l’ereditabilità descrive la variabilità di una popolazione, non la quota del comportamento individuale causata dai geni.
I modelli G×E mostrano che gli effetti statistici possono dipendere dalle condizioni ambientali.
Le correlazioni gene–ambiente e la plasticità indicano inoltre che individuo e contesto si modificano reciprocamente nel tempo. Anche neuroimaging, neurochimica e genomica rilevano prevalentemente associazioni di gruppo, non marcatori certi del reato.
Il valore del modello risiede nella capacità di superare la contrapposizione tra natura e ambiente.
La prevenzione può agire sui fattori modificabili e sui processi protettivi, senza cercare presunti profili biologici criminali. Le applicazioni giudiziarie richiedono invece limiti rigorosi: un’associazione scientifica non dimostra colpevolezza, futura pericolosità o imputabilità.
Studiare la criminologia biosociale è essenziale per la formazione forense e criminologica perché aiuta a distinguere modelli teorici, probabilità statistiche, valutazioni cliniche e fatti accertati.
Il crimine non nasce esclusivamente dai geni né soltanto dall’ambiente, ma da interazioni dinamiche che nessun singolo esame biologico può ricostruire o prevedere con certezza.
