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Marie Adler: vittima, imputata e simbolo della gogna mediatica

Marie Adler: vittima, imputata e simbolo della gogna mediatica

Marie Adler - vittima, imputata e simbolo della gogna mediatica
  • Sara Elia
  • 9 Febbraio 2026
  • Criminologia
  • 5 minuti

Marie Adler, vittima e simbolo della gogna mediatica

La storia di Marie Adler è un esempio drammatico e documentato di come una vittima di violenza sessuale possa essere progressivamente trasformata in imputata, non solo dagli investigatori ma anche dall’opinione pubblica e dai media. Alla violenza subita si è infatti sommata una seconda forma di abuso, più subdola ma altrettanto devastante: la sfiducia istituzionale, il dubbio sistematico sulla parola della vittima e la conseguente gogna mediatica.

Il suo caso mostra con chiarezza come, in determinati contesti, il focus possa spostarsi dall’aggressore alla credibilità della persona offesa, generando un processo parallelo fatto di sospetti, pressioni psicologiche e colpevolizzazione. Marie Adler non viene solo privata della tutela che dovrebbe spettare a ogni vittima, ma si ritrova isolata, costretta a ritrattare e a convivere con l’etichetta di bugiarda.

Analizzare la vicenda di Marie Adler significa quindi andare oltre il singolo episodio di violenza e interrogarsi su meccanismi strutturali: il funzionamento delle indagini, il peso degli stereotipi, il ruolo dei media e le conseguenze psicologiche della revittimizzazione. È una storia vera che mette in discussione il modo in cui la società, ancora oggi, tratta chi denuncia.

Di seguito ricostruiamo l’intera vicenda: dalla violenza subita, all’abuso psicologico istituzionale, fino alla trasformazione di Marie Adler in simbolo di una giustizia che, invece di proteggere, può ferire una seconda volta.

Indice
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Chi è Marie Adler

Marie Adler cresce in un contesto familiare instabile e traumatico: abbandonata dai suoi genitori biologici, passa la sua infanzia tra orfanotrofi, centri di adozione e famiglie affidatarie senza mai trovare un punto fermo.
Per sopravvivere, sviluppa come meccanismo di autodifesa il chiudersi in sé stessa, sopportare il dolore senza lamentarsi, e cercare di apparire “normale” agli occhi degli altri. Si tratta di un pesante bagaglio emotivo che sarà determinante nel modo in cui reagirà al suo successivo trauma.

Solo quando viene affidata a Peggy Cunningham, Marie Adler riesce a costruire un rapporto più stabile e duraturo in un ambiente accogliente. Tuttavia, i traumi passati le hanno lasciato in eredità un equilibrio precario e, per questo, sviluppa un forte senso di diffidenza verso di tutti.
 
Durante l’adolescenza, si trasferisce a Lynnwood, vicino a Washington dove inizia a fare amicizie ed appassionarsi alla fotografia, riuscendo a costruire una vita più normale.
Tutto questo fino al 2008.
La notte tra l’11 e il 12 agosto di quell’anno, infatti, mentre sta dormendo nel suo appartamento, un uomo entra di nascosto nella sua stanza, lega Marie, la imbavaglia e la violenta
.

Se già l’atto fisico è terribile, la violenza psicologica che ne consegue sulla fragile ragazza si rivelerà altrettanto devastante.

La violenza psicologica da parte delle autorità

Marie Adler riesce a liberarsi e a chiamare i vicini per contattare il 911, sperando di trovare supporto e protezione.
Ma ciò che segue trasforma la sua esperienza traumatica in un calvario psicologico: la polizia, nonostante i lividi e gli evidenti segni di aggressione, dubita della sua versione dei fatti interpretando il comportamento apparentemente calmo della ragazza come poco coerente con lo stress emotivo atteso.
 
Il 13 agosto, durante la deposizione, gli agenti si concentrano su piccole incongruenze e contraddizioni naturali derivanti dalla natura della testimonianza traumatica, quindi iniziano a pressarla perché confessi di aver mentito, minacciandola implicitamente di arresto.
Marie, impaurita dalla possibilità di perdere il suo sostegno abitativo, finisce per dichiarare di aver mentito.
 
Le conseguenze sono devastanti e Marie ha un crollo emotivo profondo, inizia a sviluppare una forte ansia che la porta ad isolarsi, evitare ogni tipo di contatto sociale ed interrompere anche la sua passione per la fotografia.
 
Inoltre, l’accusa di falsa testimonianza diventa presto di dominio pubblico. La stampa diffonde la notizia e la giovane viene etichettata come bugiarda e manipolatrice, diventando bersaglio della gogna mediatica, vittima di attacchi online e di ostracismo sociale.
Marie Adler non solo deve affrontare le cicatrici lasciate dall’aggressore, ma anche il peso della sfiducia sociale e istituzionale.

La ricerca della verità e la scoperta dell’aggressore

Intanto, a centinaia di chilometri di distanza in Colorado, le detective Stacy Galbraith e Edna Hendershot stanno conducendo indagini su una serie di aggressioni sessuali che presentano un modus operandi ricorrente. Nello specifico:

  • aggressore mascherato
  • intrusione notturna nelle case
  • immobilizzazione delle vittime
  • violenza fisica e sessuale
  • scatti fotografici. 
Dopo mesi di indagini, raccolta di prove e test del DNA, viene finalmente identificato Marc O’Leary come responsabile. Inoltre, prove evidenti, tra cui oggetti rubati e fotografie digitali, collegano l’uomo anche all’aggressione di Marie Adler.
 
Nel febbraio 2011, Marc O’Leary viene arrestato in Colorado e la polizia scopre che ha commesso le violenze in più stati, approfittando della mancanza di comunicazione tra dipartimenti. Le prove lo collegano in maniera definitiva agli abusi subiti da Marie. Dopo aver confessato, il processo lo condanna all’ergastolo, più ulteriori 68 anni di pena per le aggressioni nello stato di Washington.
 
Finalmente, la giustizia riconosce la verità: Marie Adler era stata vittima di un predatore seriale, e la sua denuncia era fondata fin dall’inizio.
La rivelazione porta sollievo, ma anche rabbia verso chi l’aveva costretta a ritrattare la sua storia. In questo senso, la vicenda diventa simbolo di come l’assenza di supporto possa trasformare la vittima in imputata, aggravando il devastante trauma vissuto.

L’eredità del caso

Con l’arresto Marc O’Leary cade l’accusa di falsa testimonianza a Marie Adler e con esso tutto il suo record giudiziario.
La donna, inoltre, riceve un risarcimento di 150.000 dollari dopo aver sostenuto una causa civile contro la città di Lynnwood. Si tratta di una somma simbolica rispetto al trauma subito, ma di certo rappresenta un atto di riconoscimento ufficiale del torto subito. 
 
Per Marie, tuttavia, il vero valore non è economico ma la possibilità di voltare pagina e rimettere insieme la propria vita dopo anni di dolore e di ingiustizia.
 
Alla luce dell’avvenimento, inoltre, i detective coinvolti nella gestione dei reati sessuali hanno avviato una revisione approfondita delle procedure interne, ricevendo formazione focalizzata su:
 
  • riconoscimento delle reazioni tipiche delle vittime;
  • gestione sensibile delle loro dichiarazioni;
  • istituzione di un protocollo di garanzia per le vittime di accesso immediato a supporto psicologico e consulenza legale.
 
Ad oggi, Marie Adler ha ricostruito la propria vita lontano da Washington, si è sposata e lavora come autista.
La sua storia, resa ancora più nota grazie alla serie Netflix “Unbelievable” mette in luce le difficoltà che le vittime di stupro incontrano nell’essere credute, anche da chi dovrebbe proteggerle. La serie, infatti, racconta non solo la violenza subita da Marie, ma anche l’abuso psicologico, derivante dal sospetto della polizia, dalla pressione mediatica e dal giudizio della società. 
 
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