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Problem based learning: cos’è e come funziona nell’istruzione moderna

Problem based learning: cos’è e come funziona nell’istruzione moderna

Problem based learning - cos’è e come funziona nell’istruzione moderna
  • Redazione UniD
  • 31 Gennaio 2026
  • Scuola e università
  • 6 minuti

Problem based learning: sfide reali in classe

In molte classi si studia ancora per “ripetere bene”. Tuttavia, nel lavoro e nella vita servono scelte, ipotesi e verifiche. Per questo cresce l’interesse verso metodologie attive e orientate ai problemi.

Il problem based learning nasce per spostare il focus dalla lezione alla ricerca. Gli studenti partono da una situazione credibile. Poi raccolgono dati, discutono e propongono soluzioni.
Il docente guida il processo con domande mirate. Inoltre aiuta a evitare scorciatoie e copia-incolla. Questo non solo stimola l’analisi critica, ma incoraggia anche la ricerca di soluzioni innovative, spingendo gli studenti a collaborare e a comunicare efficacemente per raggiungere un obiettivo comune.

Parliamo di pensiero critico, collaborazione e comunicazione. Inoltre allena l’autonomia e riduce la memorizzazione sterile. Con problemi autentici, gli apprendimenti diventano più stabili e trasferibili.
In questo articolo capirai le fasi operative del metodo Problem Based Learning e i ruoli in classe. Troverai esempi concreti, con tempi e strumenti. Infine collegheremo l’approccio a apprendimento situato, Cooperative learning e altre pratiche come Flipped Classroom e WebQuest.

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Definizione e principi del problem based learning

Il metodo si basa su un’idea semplice: il problema viene prima della teoria.
Gli studenti non ricevono subito “la risposta giusta”. Al contrario, formulano domande e costruiscono conoscenza in modo progressivo.

Nel problem based learning un caso guida attiva curiosità e bisogno di capire. Il problema deve essere complesso, ma accessibile. Deve avere più strade possibili, non una sola soluzione. Inoltre richiede ricerca, confronto e decisioni motivate. Un confronto utile è con la lezione frontale. Lì si parte da contenuti già organizzati. Qui si parte da una situazione da decifrare.

Esempio: una terza media deve ridurre gli sprechi di acqua a scuola. Il caso include dati reali delle bollette e foto dei rubinetti. In tre incontri da 60 minuti, i gruppi stimano consumi e cause. Poi propongono interventi con costi e benefici. Un gruppo suggerisce riduttori di flusso. Un altro propone cartelli e monitoraggio settimanale. Il docente chiede prove, non opinioni.

Questo approccio funziona perché attiva motivazione e responsabilità. Inoltre rende visibili le misconcezioni, subito discutibili. La chiave è la qualità del problema e la gestione dei tempi. Se il caso è troppo vago, l’attività diventa confusa. Se è troppo chiuso, diventa un esercizio travestito.

Fasi operative nel problem based learning

Per applicare il metodo serve una struttura chiara. Senza passaggi condivisi, i gruppi si perdono. Con una sequenza semplice, invece, la classe lavora con ritmo e obiettivi misurabili.

Una traccia efficace in 5 fasi è: analisi del caso, ipotesi, ricerca, sintesi, valutazione. In apertura si chiariscono vincoli e criteri. Poi si raccolgono idee, anche divergenti. Successivamente si cercano fonti, dati e test. Infine si produce un output e si riflette sul processo. Serve anche un momento di debriefing.

Consiglio pratico: scrivi criteri prima di iniziare. Per esempio: costo, fattibilità, impatto, chiarezza della prova. Così gli studenti capiscono cosa conta. Inoltre imparano a motivare scelte, non solo a “fare bene”.

Ruoli e collaborazione nel problem based learning

Il metodo regge solo se i ruoli sono espliciti: senza ruoli, alcuni guidano sempre e altri si spengono. Con ruoli rotanti, invece, la partecipazione diventa più equa e osservabile.

Il docente agisce da facilitatore. Pone domande, chiarisce criteri e gestisce tempi. Gli studenti, invece, lavorano come un piccolo team.
Qui entrano in gioco Cooperative learning e dinamiche di interdipendenza. Un riferimento utile è l’ancoraggio all’apprendimento cooperativo, che rende la collaborazione un oggetto didattico. Per sostenere il lavoro, definisci compiti e consegne brevi.

Ecco i ruoli che funzionano bene in gruppi da 4:

  • Coordinatore dei tempi e delle decisioni del gruppo
  • Segretario che sintetizza ipotesi e fonti trovate
  • Ricercatore che verifica dati e attendibilità delle fonti
  • Portavoce che presenta risultati e risponde alle domande

Esempio rapido: in un liceo, problema su fake news in campagna elettorale.
Il ricercatore usa due siti di fact-checking. Il segretario costruisce una tabella con tre affermazioni e prove. Il portavoce presenta in 5 minuti e gestisce il feedback. In chiusura, ogni studente compila una scheda di autovalutazione.

Risultato: più responsabilità e meno conflitti improduttivi. Inoltre diventa più facile valutare processi e contributi reali.

Valutazione, metacognizione e strumenti pratici per i docenti

Valutare non significa solo dare un voto finale. Nel metodo Problem Based Learning conta anche il percorso. Perciò serve una valutazione che includa prodotto, processo e riflessione personale.

Una buona pratica è usare rubriche con indicatori chiari.
Per esempio: qualità delle fonti, coerenza dell’argomentazione, lavoro di gruppo, chiarezza dell’output. Aggiungi momenti di controllo brevi, ogni 20 minuti. Questo riduce dispersione e ansia.
La parte decisiva, però, è la metacognizione. Gli studenti devono spiegare cosa hanno fatto e perché. Una frase guida utile è: “Quale scelta rifaresti e quale cambieresti?”.

Strumenti pratici: timer visivo, check-list di ricerca, template di report, exit ticket. Inoltre usa una griglia per osservare partecipazione e turni di parola. Così la valutazione diventa trasparente e formativa. E gli studenti imparano a gestire il proprio apprendimento.

Integrazioni con altre metodologie e casi d’uso nell’istruzione moderna

Il metodo non vive isolato. Funziona ancora meglio se si integra con pratiche affini. In questo modo, inoltre, si adatta a tempi e vincoli reali della scuola.

Con la Flipped Classroom puoi spostare teoria e video a casa. In classe restano analisi, confronto e decisioni.
Con un WebQuest guidi la ricerca, evitando fonti deboli. Con Jigsaw puoi dividere sotto-temi e poi ricomporre il quadro. Con Tinkering trasformi un problema in prototipi e test rapidi. Anche la Gamification a scuola aiuta, se mantiene criteri seri e non solo punti.

Esempio in un ITS: problema “Ridurre tempi di attesa in un centro prelievi”. Prima fase flipped: 20 minuti di video su code e priorità. Poi WebQuest con 6 fonti selezionate. In aula, gruppi Jigsaw: un gruppo studia flussi, uno privacy, uno comunicazione. Infine prototipano con post-it e simulazioni. Output: mappa di processo e tre interventi. Uno è prenotazione a slot. Un altro è segnaletica e triage leggero.

Collegamento utile al mondo del lavoro: pensa ai lavori stagionali. Spesso richiedono problem solving immediato, con clienti e imprevisti. Allenare scenari realistici prepara a quel contesto. La regola resta la stessa: problema credibile, criteri chiari, prove verificabili. Così l’apprendimento resta situato e spendibile.

Sintesi operativa e prossimo passo per docenti e studenti

Abbiamo visto come il metodo parta da un problema autentico. Poi guida gli studenti tra ipotesi, ricerca e sintesi. Funziona perché sviluppa autonomia, collaborazione e argomentazione. Inoltre si collega bene a approcci come apprendimento situato e lavoro a gruppi.

Per applicarlo, inizia in piccolo. Scegli un caso vicino alla vita degli studenti, come la gestione di un bilancio familiare o la pianificazione di un evento scolastico. Definisci criteri di successo e tempi brevi. Prepara ruoli rotanti e una rubrica semplice. Inserisci un momento di debriefing e una scheda di metacognizione per riflettere su ciò che è stato appreso. Così ottieni evidenze chiare, anche per la valutazione. Coinvolgi esperti esterni o genitori per arricchire la prospettiva degli studenti e stimolare un apprendimento più profondo.

Se vuoi rendere la didattica più concreta, usa un problema al mese. Raccogli esempi, domande e errori tipici. Poi migliora il caso alla iterazione successiva. Con il tempo, costruirai una banca di attività riutilizzabili. E i tuoi studenti impareranno a trasferire ciò che studiano nel mondo reale, sviluppando competenze essenziali per il futuro, come il pensiero critico e la capacità di risolvere problemi complessi.

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